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A qualcuno piace il ceto medio - Senso Comune
Cultura

A qualcuno piace il ceto medio

4 Dicembre 2020

A qualcuno piace il ceto medio, tanto da vederlo ovunque, persino dove non c’è. Nel film di Billy Wilder, quando uno dei due protagonisti – travestito da donna nel corso di tutto il film – rivela al suo spasimante miliardario di essere un uomo, quello risponde “nessuno è perfetto!”. Allo stesso modo del miliardario, molti a sinistra preferiscono flirtare con un ceto medio totalmente inventato da loro, piuttosto che guardare in faccia la realtà.

Va contro il ceto medio!” è la frase che si sente ripetere più spesso da parte di chi rifiuta l’attuale proposta di patrimoniale. Non si può che essere d’accordo, a patto che si identifichi il ceto medio in Italia con chi abbia almeno 500 mila euro di patrimonio “al netto delle passività finanziarie” (cioè escludendo debiti e mutui) e della prima casa, ovvero il 10% della popolazione. 

Al ceto medio, per i detrattori della patrimoniale, appartengono quelli che possiedono appena due o tre case di proprietà, oppure una casa in centro storico, oppure diverse migliaia di euro investiti in banca, oppure una barca e una casa, o ancora una villa, o un Basquiat originale. Insomma, quasi tutti gli italiani.

Mia madre per esempio, che ha lavorato quarant’anni nell’impervia selva della burocrazia pubblica, fa parte di quella categoria di privilegiati e garantiti a cui il magnifico filosofo per nulla vanitoso e affatto borioso più noto d’Italia vorrebbe chiedere sacrifici. Mia madre, che è andata in pensione ieri, a fine carriera prendeva uno stipendio di 1.200 euro netti, il che ha permesso, com’è facile immaginare, l’accumulazione di una ricchezza perfettamente in linea con quella del ceto medio immaginario di cui sopra: non abbiamo mai potuto permetterci di comprare una casa di proprietà né un Basquiat, però nove anni fa ha comprato a rate una Panda. 

D’altronde, quando si tratta si tirare fuori qualche spicciolo, sono tutti ceto medio impoverito, e tutti sempre prontissimi a pianger miseria, persino i proprietari non di una, ma di “qualche” casa. Quando si tratta di tirare fuori qualche spicciolo, lo zio Paperone dentro ogni italiano crede di dovere difendere con le unghie e con i denti il proprio tesoretto, minacciato da quello che i liberali più agguerriti di ogni tempo hanno sempre considerato un furto indebito: le tasse.

Il capitalismo d’altronde, secondo questi ultimi, è un regime perfettamente funzionante anche senza gli odiosi interventi statali: dentro questo sistema chi più ha, più merita; discorso chiuso. 

Che simili discorsi si facciano a destra è perfettamente coerente con quella tradizione di pensiero, ma che il discorso faccia breccia anche a sinistra è un fatto che non può passare inosservato. Non parlo del centro-sinistra smaliziato e liberale, perché quell’aerea politica ci ha abituato da almeno trent’anni a fantasiose piroette per compiacere il capitale. 

Ciò che stupisce è piuttosto il fatto che a questo grazioso siparietto si aggiungono oggi anche i volteggi sgraziati di una parte della sinistra cosiddetta radicale. Contr’ordine compagni: da oggi si punta più in alto e a destra! Difendere gli interessi di chi non ha almeno una casa in centro e una al mare è una cosa superata, novecentesca. Basta con la ferraglia marxista o keynesiana: la nuova classe di riferimento deve essere formata dal piccolo proprietario, dall’imprenditore di provincia, e in generale da tutti quelli che soprattutto in questa fase hanno cercato in ogni modo di massimizzare i profitti privati e socializzare le perdite, come quelli che chiedevano allo Stato il permesso di tenere aperta la propria discoteca mentre le persone fuori morivano a centinaia; a volere battere cassa sulla pelle degli altri in Italia non si prova alcuna vergogna. 

Non si prova vergogna nemmeno a mistificare la realtà in modo così plateale e grossolano: quando si sostiene che una proposta di patrimoniale come quella attuale sarebbe contro il “ceto medio”, si fa finta di ignorare che il ceto medio in Italia non fa assolutamente parte di quel 10% privilegiato che la patrimoniale andrebbe a colpire. Sostenendo che questa misura intaccherebbe i risparmi del ceto medio si vuole insomma far passare l’idea che i privilegi di pochi (quel 10 % appunto), siano in realtà i privilegi di molti: ci riuscì a suo tempo Berlusconi, che convinse le piccole partite iva a votare per lui, facendogli credere che avevano gli stessi interessi da difendere; si trattò di un bel capolavoro di propaganda. 

Niente di più dannoso, oggi come allora, che dar credito a chi sostiene che siamo tutti sulla stessa barca, che siamo tutti ceto medio: mentre in realtà il ceto medio in Italia conta il 57% della popolazione, con un patrimonio medio che si aggira intorno ai 270 mila euro (immobili compresi), secondo i numeri del Centro Einaudi riportati dal Corriere della Sera. 

Quello che mostrano i dati è sorprendente: moltissimi individui, non solo in Italia, si considerano ceto medio pur non essendolo e, come dimostra un’inchiesta di Bloomberg (riferita agli USA), al ceto medio sentono di appartenere individui con un reddito annuo dai 22 mila ai 200 mila dollari, quindi una forbice di reddito con i due estremi agli antipodi della piramide sociale. 

Di questo fenomeno parlò alcuni anni fa Raffaele Alberto Ventura in un libro di successo: la sua teoria della classe disagiata partiva dal presupposto che molti individui credono – e aspirano allo stesso tempo, di appartenere a una classe effettivamente più privilegiata della loro reale classe di appartenenza; oggi si assiste anche al fenomeno opposto: quello degli individui più abbienti che vogliono appartenere, come nella famosa canzone di Pulp, alla schiera delle common people anche quando “hanno studiato scultura al Saint Martin’s college” o, nel caso italiano, anche quando possiedono appena un paio di casette. 

La ragione di questa autopercezione mistificata potrebbe dipendere da vari fattori. Come scrive Rivista Studio: “posto che la maggioranza degli abitanti dei Paesi ricchi si colloca, effettivamente, nella classe media, resta da chiedersi perché in tanti si considerino classe media anche se non lo sono. Indagando su questo fenomeno, l’Atlantic aveva rintracciato ragioni mediatiche e psicologiche: visto che siamo abituati ad associare la parola “povero” a persone che vivono in uno stato di grave indigenza, una persona che ha una casa e un lavoro, anche se i suoi guadagni sono inferiori a quelli considerati di fascia media, tende a pensare di fare parte della classe media, anche se è, statisticamente, povero; anche alcuni ricchi si definiscono erroneamente “classe media”, perché associano la parola “ricco” a persone molto più benestanti di loro, come le celebrities che hanno ampio risalto sui media”.

 

Ora, se fosse solo un problema di autopercezione sbagliata, basterebbe mostrare un qualsiasi indicatore economico per far capire a chiunque che possedere un patrimonio di 500 mila euro significa rientrare in quel 10% più ricco, e nient’affatto nel ceto medio. Il problema, però, è più profondo: le forze politiche contrarie alla patrimoniale sanno benissimo che essa andrebbe a intaccare – “intaccare”, fra l’altro, è una parola decisamente troppo estrema, dal momento che l’imposta prevista era dello 0,2%, ovvero una cifra ridicolmente bassa – la vetta della piramide e non la maggioranza dei risparmiatori, ma scelgono deliberatamente di intorbidire le acque allo scopo di ottenere qualcosa in termini elettorali senza scontentare i soliti ricchi: vecchia storia. 

Tutto questo non stupisce, anche se è molto triste, e testimonia, nel caso ce ne fosse bisogno, quanto siano potute cadere in basso quelle forze politiche che, partite da sinistra, vanno cianciando ormai da molti anni della necessità di abbandonare i concetti di destra e sinistra. 

L’obiezione principale a questa patrimoniale è che essa risulterebbe inefficace dentro un sistema come il nostro, in cui vige la libera circolazione di capitali, e che dunque lascerebbe intatto proprio il patrimonio di quell’1% di ultraricchi che potrebbero facilmente spostare i propri soldi in un altro paese per sfuggire al prelievo forzoso. Questo fatto è senza dubbio vero: la libera circolazione dei capitali indebolisce qualsiasi intervento patrimoniale, e andrebbero certamente studiati dei meccanismi che impediscano l’evasione, compito non nuovo né facile. Ma il fatto che una piccola percentuale di evasori potrebbe forse approfittare di una debolezza nel sistema di tracciamento dei patrimoni non è una ragione sufficiente per opporsi a una misura che avrebbe effetti tendenzialmente redistributivi, o a negare il forte impatto simbolico che una patrimoniale, ancorché imperfetta, avrebbe nel paese. Oltretutto, a voler seguire lo stesso ragionamento infantilmente massimalista, qualsiasi lotta politica che non possa essere pienamente realizzata andrebbe per principio abbandonata in partenza, ma la storia dimostra che questo è falso.

“Non mi separerò da una sola singola moneta!” dice il drago nascosto nella montagna a Bilbo Baggins: allo stesso modo i privilegiati di ogni tempo ruggiscono contro ogni timidissimo tentativo di riportare una parvenza di giustizia sociale nel nostro paese, e insieme a loro stavolta hanno ruggito anche molti di quelli che fino a ieri potevano mimetizzarsi fra gli amici del popolo. Oggi questi hanno gettato la maschera, e spero almeno che sia servito a fare un po’ di chiarezza all’interno del caleidoscopico calderone della sinistra.

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