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Cultura

“I buoni”: le regole del bene

12 Giugno 2020

Prima di lasciarci, troppo presto, cinque anni fa, Luca Rastello dava alle stampe un libro destinato a far scoppiare molte polemiche (valga come riassunto la completa rassegna stampa di oblique) , troppe polemiche, senza dubbio più polemiche che riflessioni utili ad un confronto acceso ma onesto come sarebbe potuto essere. Era l’esordio della collana di narrativa di Chiarelettere e della casa editrice aveva sicuramente l’attualità dell’argomento e la curiosità eretica.

Il libro in questione si chiama I Buoni e veniva dato alle stampe nel 2014 per essere presentato al salone di Torino di quell’anno; si potrebbe descrivere come un viaggio nel mondo del bene istituzionalizzato, quello che per semplificazione viene chiamato anche mondo del volontariato, o delle ONG. Si potrebbe dire anche che è un viaggio nella parte più sistemica dell’industria del bene, un viaggio in grado di arrivare fino in fondo, così in profondità da metterne in crisi il concetto stesso e il senso di qualsiasi afflato partecipativo.

Andrea  è un volontario impegnato nel recupero dei poveri che vivono nei cunicoli di una metropoli dell’est, qui conosce Aza, con la quale stringe un legame molto profondo, e decide di portarla con sé in Italia. In una riconoscibile Torino, Aza viene introdotta alla “In Punta di Piedi”, una onlus tentacolare impegnata in diversi settori, tra cui il reinserimento nella società di persone diversamente “ferite”. Da questo momento inizia la discesa agli inferi, un viaggio attraverso tutte le contraddizioni del settore che stravolgerà entrambi i protagonisti.

Il fatto che nella biografia dell’autore ci fosse un passato come fondatore di Libera e direttore di Narcomafie e, va detto, la somiglianza neanche troppo velata fra il Don Silvano del libro (dal maglione sempre sdrucito) e Don Luigi Ciotti, fecero subito propendere critici superficiali e personaggi pubblici a vario titolo coinvolti per classificare l’opera come un reportage narrativo livoroso e di cattivo gusto; del resto era pur sempre un romanzo capace di scoprire contraddizioni laceranti della nostra autorappresentazione come comunità.

Per fortuna il tempo, si sa, è galantuomo, e a pochi anni di distanza l’accoglienza migranti ha scalzato dal gradino più alto del bene assoluto la lotta alle mafie, il personaggio pubblico di Don Ciotti (che peraltro è sempre sembrato molto consapevole, come solo un cattolico sa esserlo, delle insidie che si trovano sulla strada di chi persegue il bene, e che non ha mai lesinato critiche al terzo settore) è meno famoso  e i personaggi de I Buoni ci parlano di un mondo che già ci sembra più lontano. Ma le contraddizioni, quelle restano; anzi, l’attenzione mediatica sul fenomeno migratorio le rende ancora più scoperte. Adesso possiamo finalmente dare credito alle risposte che lo stesso Rastello diede ai critici dell’epoca e considerare il libro per quello che è: un grande romanzo immerso in quella materia vischiosa e contraddittoria che è la nostra contemporaneità.

Rileggendo oggi I Buoni emergono vari elementi di forte attualità. Primo fra tutti la potenza omologante del linguaggio, intesa come la sua capacità di delimitare attraverso gesti e rituali, modi di dire, il confine del giusto e i suoi interpreti più accreditati, una cerimoniosità di inclusione che si celebra ogni volta che gli accoliti, indipendentemente dalla loro reale caratura etica, ripropongono i tic espressivi del capo: i “metterci la faccia” o “sporcarsi le mani” del testo. Due espressioni che rimandano direttamente al secondo grande elemento di contraddizione messo a nudo dal libro: il culto della legalità come alibi esistenziale per giustificare qualsiasi pratica deviante in nome del fine ultimo di fare del bene. E qui arriviamo ad uno dei più importanti interrogativi che Rastello ci pone: un’organizzazione di presunto contropotere che replica le medesime dinamiche gerarchiche, sociali e culturali del sistema  che dice di voler correggere esattamente, a cosa serve? A chi?

Leggete I Buoni. Scoprite Luca Rastello. Magari è finalmente arrivato il momento di aprire un dibattito troppo a lungo rimandato.

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