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Cultura

La nuova destra a convegno. Una sfida politica e culturale da prendere sul serio

Febbraio 6, 2020

Si è tenuto a Roma il 4 febbraio scorso un evento decisivo per comprendere la cultura politica dell’attuale destra euro-atlantica: National conservatism: God, Honor, Country. President Ronald Reagan, Pope John Paul II and the freedom of NationsOrganizzatori Bow Group (UK), Center for European Renewal (Netherlands), Danube Institute (Hungary), Edmund Burke Foundation (US), Herzl Institute (Israel), International Reagan Thatcher Society (US), e Nazione Futura (Italia). Offriamo una sintesi dei principali spunti emersi dall’incontro. Come già avevamo segnalato in occasione del dibattito suscitato dall’intervista a Putin sulla crisi del neoliberalismo, è necessario fare i conto con la cultura politica della nuova destra, una cultura potenzialmente egemone e che sta uscendo pian piano dalle ridotte del minoritarismo della destra radicale.

1) L’incontro pubblico è stato preceduto il giorno prima da una riunione a porte chiuse con Giorgia Meloni a introdurre i lavori. Non abbiamo sconfitto il comunismo, dice, per avere un nuovo internazionalismo, ma per rafforzare le nazioni e le identità.

2) Cosa fa Giorgia Meloni? Si candida a referente italiana di questa internazionale stabile, fondata, molto finanziata, molto dentro ai servizi di intelligence (a loro il potere ademocratico sovranazionale piace solo quando è occulto). In breve: spiazza Salvini come destra italiana.

3) Chi sono i loro nemici? Sono tre: la Cina, L’Unione Europea e Papa Francesco. La Cina è troppo ricca e armata per attaccarla a parte un generico e mai archiviato anticomunismo per far cordone sanitario, gli altri due obiettivi sono alla portata. Le armi usate: contro la UE il cuneo di Brexit, Polonia e Ungheria; contro Bergoglio le chiese cattoliche nazionali conservatrici, ortodossi ed evangelici.

4) Le relazioni sono di bassa qualità, sia teoricamente che politicamente. Grande presenza e attivismo della destra israeliana e di quella polacca, curioso reincontro. Lo slogan è Atene-Roma-Gerusalemme, classico pallino di Bannon. Gli americani sono divisi classicamente tra conservatori classici e libertarian, tra chi, quindi, crede in uno stato forte (uno stato non sociale ma repressivo e gendarme del mondo) e chi è contro lo stato, per le autonomie e il disimpegno militare. Quella americana è una dialettica ricca, profonda, affonda nei classici e nei momenti storici fondativi. Gli Israeliani battono sul tasto delle piccole patrie a vocazione religiosa o spirituale, antilluminista. Gli europei sono di due tipi: britannici e orientali. I primi ancora ubriachi di Brexit fanno i Brit: non siamo estremisti, nel nostro sistema non c’è spazio per nessun estremismo, tutto tornerà nel normale bipolarismo. I secondi fanno come Putin perché hanno paura di Putin. Il collante europeo è un impasto di anticomunismo, antilluminismo e Westfalia (presidente plebiscitato ed eius religio) ma sembra avere il fiato corto (e una certa subalternità) alla wing americana il cui collante anticomunista e antilluminista è ben rinforzato da una coscienza imperiale impegnata nella prossima sfida storica, ieri l’URSS oggi la Cina.

5) Svetta solo Marion Marechal Lepen: presenta una Francia rurale alla Poujade, la provincia che fa lavori semplici e tradizionali, rivendica i Gilet Gialli e soprattutto, in mezzo a tutti negazionisti climatici parla di ecologia radicale, in mezzo a tutti maschi paternalisti rivendica il protagonismo femminile. In un passaggio sembra dire che la collocazione “naturale” della grande Francia non è subalterna alla Germania ma leader dei paesi Mediterranei, bilanciando la Germania e il centro Europa. Ma è stato un passaggio troppo veloce per una questione così forte.

6) Orban è la star, la sala si riempie solo quando entra lui. Ma si ripete, è la terza volta che viene in Italia per kermesse simili e dice esattamente le stesse cose delle altre due. Punta ad essere leader dell’Europa centrale postcomunista e a fare di questa l’avanguardia di una democrazia non liberale (che lui chiama democrazia cristiana) basata sulla dittatura della maggioranza e sulle differenti “purezze” nazionali (linguistiche, storiche, religiose): “in Ungheria non c’è neanche un musulmano ora” – rivendica orgoglioso – “tra 20 anni l’Europa occidentale avrà un volto multiculturale, senza radici, l’Europa centrale e orientale avrà il volto che ha sempre avuto”. Non è un’argomentazione banale. Ha forza storica e antropologica. Nessuno gli chiede se per caso non abbia ridotto la sua nazione a esercito industriale di riserva della Germania.

7) Le loro contraddizioni: nessuno, ma proprio nessuno, parla di capitalismo, neoliberismo, lavoro (a parte un poco Lepen), disuguaglianze. È tutta cultural war: aborto, diritti civili, immigrazione, o geopolitica: Europa delle Nazioni contro Unione: sì alla Comunità Europea, no all’Unione. La democrazia è il plebiscito e la dittatura della maggioranza. Infatti Reagan e Woytila (e la Thatcher) sono la base culturale, storica e politica della globalizzazione che loro criticano, ma di cui in realtà criticano alcuni effetti ed altri no: l’immigrazione non va bene ma la libertà dei capitali sì, i diritti umani non vanno bene ma la svalorizzazione del lavoro sì, l’indebolimento degli stati nazionali non va bene ma l’indebolimento dei sindacati sì. Questo dovrebbe orientare la sinistra (ok, forse questa è una battuta…).

8) La cosa che dobbiamo provare a capire meglio: quali interessi economici ci sono dietro l’attacco all’Unione Europea? Detto che se ne fregano dell’emancipazione dei lavoratori e delle questioni culturali, quali interessi economici e strategici stanno dietro a questa internazionale anti-europea? Preoccupa la potenza germanica blindata dalla UE? Alle nazioni delle fondazioni che organizzano (USA, UK, Israele, ma occhio anche all’Olanda) conviene un continente europeo più disarticolato con alleanze economiche e militari variabili? Si teme un campo di gioco “neutro” nel confronto strategico con la Cina? È il capitalismo della produzione reale (i luoghi) contro il capitalismo finanziario e delle piattaforme (i flussi)? Però è la UE che vuole la webtax e Trump che la osteggia. 

9) Al buffet questi si comportano come quelli de sinistra ma fanno file più ordinate.

10) Fuori c’era un’orchestrina Rom, grande tradizione dell’Europa Orientale.

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