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Per un populismo ecologista - Senso Comune
Cultura

Per un populismo ecologista

31 Dicembre 2020

Dall’(eco)comunità al nazional-popolare la contro-egemonia opera su diversi livelli, poiché possono coesistere la costruzione populistica del nazional-popolare con la visione decentrata del populismo. Dobbiamo tuttavia il concetto di contro-egemonia a quello di contro-egemonie, poiché ne esistono la componente neoliberale e la componente corporativa.

Ora, abbiamo gli strumenti per definire il poliedro democratico come prodotto di una di-stratificazione. Abbiamo più strati di egemonia avversaria che si articolano tra di loro, ma anche la congiuntura tra le due contro-egemonie, di cui possiamo discutere le caratteristiche differenti. In ciascuno strato-arena la battaglia agonistica procede dall’(eco)comunità, alla bioregione e al nazional-popolare. Ma è una battaglia di coppia, che vede le due contro-egemonie sfidare le egemonie dominanti. La battaglia egemonica si risolve temporaneamente quando la sfida agonistica viene vinta su tutti e quanti gli strati-arena. Il concetto di strato-arena non esiste nel pensiero laclauiano, perché in esso non esiste la dimensione dell’(eco)comunità, ridotta ad inaffidabile campo di democrazia “presentista”. Per ovvie ragioni non esiste né in Bookchin, né in Chomsky, poiché stiamo considerando delle tradizioni distanti dall’approccio egemonico che definisce il Politico.

Lo scontro agonistico non si svolge un campo neutrale, come vuole intendere il pensiero laclauiano, ma su più campi neutrali posti su gradini diversi. Un “multi”-agonismo procede dalla più piccola cellula democratica della società, quindi dall’(eco)comunità, fino allo spazio del nazional-popolare, attraversando la congiuntura di stabilità, ossia la bioregione. Vincere una sequenza agonistica di coppie di scontri permette di avere in pugno l’egemonia e di modificare le strutture sedimentate, articolando e riarticolando. Ci saranno, per via, delle caratteristiche inestirpabili dell’antagonismo, nuove faglie e nuovi squarci che lasceranno spazio alla controffensiva egemonica avversaria.

Da dove potrebbe partire questa contro-offensiva? Da una crepa posta in uno qualsiasi di questi “strati-arena”: questo vuol dire che se si vuole avere in mano il poliedro democratico, Il Noi, o l’avversario, si potrebbe trovare a “scendere” o a “salire” da un gradino all’altro. Non esiste una direzionalità nell’offensiva (multi)egemonica: importante è non confondere la direzionalità con la stratificazione o immaginare un poliedro “solo in salita”. Il cambiamento del tessuto sedimentario del Sociale, attraverso pratiche di articolazione e disarticolazione, può procedere dall’unità democratica, alla bioregione e alla costruzione del nazional-popolare. Ma non c’è nessuna ragione per cui, dentro una strategia multidimensionale, ciò debba avvenire con quest’ordine: immaginiamo, per esempio, una controffensiva che parta dalla bioregione e raggiunga (eco)comunità e piano del nazional-popolare. Perché no? Tutto ciò è ammissibile e rivela diverse possibilità di manovra entro la strategia egemonica e populista. 

Il populismo può agire secondo coordinate spazio-temporali altamente variabili, come “logica politica”. Ogni tentativo, questo Laclau lo spiega bene, di definire il populismo come un contenitore con caratteristiche già date è destinato a rimanere vano. Il contenuto dalla strategia populista, i suoi attori fondamentali, i destinatari a cui si rivolge, costituiscono una miriade di possibilità differenti. “Il Politico” coincide sostanzialmente con “Il Populismo” e – constatato il Politico/Populismo come logica politica – occorre distinguere tra il Politico e la Politica, posti su un pianto “ontologico” e “ontico” da Mouffe in Sul Politico. Democrazia e rappresentazione dei Conflitti. 

La dimensione del conflitto che permea la società è una crepa attorno a cui ruota, come un perno incancellabile, lo scontro egemonico. Instauratasi la nuova egemonia, abbassare la guardia indurrebbe subito una pericolosa controffensiva avversaria. Ma cosa signfica estendere la dimensione agonistica della società anche alla Natura? Inannzitutto sostenere che la razionalità possa coesistere con l’irrazionalità, in seguito indicare che visioni differenti della natura possono essere contrastanti: sarà la lotta per l’egemonia a determinare la visione che abbiamo e crediamo sia data ingenuamente a priori alla Natura. Egemonicamente potrebbe affermarsi l’ecologia sociale, o il liberalismo verde, o la deep ecology o la visione antiecologica dei reazionari. Anche la lotta ecologica è una lotta agonistica, ma che la Natura potrebbe interpretare come antagonistica nel caso di un progetto reazionario.

Un progetto reazionario, intento a causare la catastrofe ecologica, non ha la possibilità poi di vedere una contro-offensiva sostanziale. Una volta che la Natura è stata distutta, non può essere ricreata dal nulla per riprendere come prima la lotta agonistica. Ma quindi ci troviamo di fronte ad una fine? O forse un paradosso interno alla visione agonistica dell’ecologismo. La lotta egemonica per determinare la visione ecologica nella società si configura come agonistica e “tra avversari” solo assumendo che nessuno degli sfidanti miri alla distruzione della razionalità naturale. Di conseguenza saremmo costretti ad accettare che uno scontro tra una visione ecologica e una visione che mira alla distruzione del mondo naturale, per quanto egemonica sia, non possa configurarsi se non secondo il modello “amico/nemico” e quindi non come competizione tra avversari. In questo caso però ci troviamo di fronte ad un antagonismo suicida, in quanto la catastrofe ecologica terminerà per annicchilire sia l’”amico” che il “nemico” in caso di vittoria del Loro.

Questo vuol dire che la forma di antagonismo ecologismo/antiecologismo non è una forma classica di antagonismo, dove uno dei due sfidanti finisce con il soccombere, bensì un antagonismo che vedrà la propria conclusione con l’autodistruzione dei competitori. Eppure si tratta di un antagonismo che teoricamente potrebbe presentarsi in maniera “agonistica” entro le regole della democrazia pluralistica. Pensiamo a certi volti dell’antiecologismo più estremo come Donald Trump e Jair Bolsonaro: ebbene, costoro sono stati eletti seguendo delle normali elezioni democratiche, in cui non hanno messo in discussione – o almeno, completamente – lo stato di diritto a cui appartenevano. Questo porta a configurare questa particolare forma di antagonismo come un antagonismo vestito da agonismo, ma le cui finalità antagonistiche sono chiare: la distruzione di una Natura potenzialmente razionale. 

Tornando alle caratteristiche cruciali di un ecologismo egemonico – definibile in maniera parallela come un “populismo verde” – tale ecologismo deve vedere nel Loro i signori del glifosato e le oligarchie capitalistico-burocratiche. Ossia quello “sviluppisimo” antropocentrico fine a se stesso e improntatosi sull’idea di un progresso inteso in maniera “lineare” e cumulativa.

Una mobilitazione delle passioni, estesa alla questione ecologica, potrebbe aprire nuovi scenari interessanti. Potremmo quasi considerare un bioregionalismo panmediterraneo come una versione spinozista del pensiero gramsciano. Questo perché le passioni e gli affetti collettivi, quali motore primo dell’egemonia culturale, sono state in parte anticipate dalla concezione politica di Spinoza. Difatti, si tratta, a mio parere, di uno di quei rarissimi filosofi che possono essere considerati sia pre-laclauiani/pre-mouffiani – per il ruolo conferito alle passioni – sia pre-bookchiniani – per il ruolo conferito ad una dimensione “organica” della società (pur conflittuale) e per il significato dato al mondo naturale. Non a caso, non è affatto sorprendente che Mouffe citi spesso il pensiero di Machiavelli, che a volte esprime parecchie somiglianze con quei passaggi del Tractatus che descriveranno successivamente il “fare politica”. La possibilità di creare una contingenza tra il populismo e lo spinozismo-ecologismo non deve essere osservata con una dose troppo grande di scetticismo.

Il bioregionalismo, radicalizzando la democrazia, lo fa attraverso più prospettive dimensionali. Credo, inoltre, che sia possibile costruire una catena equivalenziale di domande democratiche entro una determinata ecocomunità quanto una catena equivalenziale tra ecocomunità, mantenendo su più piani la dimensione agonistica. Le volontà collettive si stratificano non solo sopra i singoli individui (e sono qualcosa di più del risultato delle catene equivalenziali di semplici domande democratiche!) ma – e qui vorrei estremizzare il pensiero mouffiano – anche tra di loro. Il poliedro democratico assomiglia molto ad una “cipolla” dove ogni spicchio può potenzialmente costruirsi contro un “Loro”. A questo punto una persona potrebbe fare la seguente osservazione: poco agonismo porta alla postpolitica , ma così tanto agonismo non porta al caos? Ad un antagonismo insublimabile in agonismo? 

Invece non è così: il bioregionalismo sarebbe capace, entro una radicalità multidimensionale, di sublimare l’antagonismo in agonismo, preservando le strutture della democrazia liberale pluralistica. A questo serve la multidimensionalità e da lì l’avvento della bioregione: articolare l’ecocomunità con la dimensione parlamentare e rappresentativa. Folle è chi, come nel caso italiano del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle, voglia vedere un conflitto necessario tra democrazia diretta e rappresentativa. Ciò nuoce seriamente ad una radicalizzazione democratica completa e multidimensionale, opposta ai reazionari e alle socialdemocrazie decadenti europee. “Costruire Bookchin” è ciò che è possibile dunque fare utilizzando gli strumenti che Mouffe e Laclau forniscono entro la dimensione agonistica del politico, creando nuove catene democratiche verdi ed estese, che pongano su più strati la lotta agonistica, che va fatta sia attraverso la costruzione di volontà collettive eco-comunitarie, sia di volontà collettive che si muovono nello spazio del nazional-popolare: è per questo che in Over The Politics mi era capitato di definire “patria” l’insieme delle forme biologiche-e-non poggianti sullo stesso suolo.

Un progetto razionale è perfettamente compatibile con l’accettazione delle fondamenta retoriche della società, in quanto la società è uno spazio dove si progetta e si costruisce un Noi-Loro, ma se il Noi è anche la componente ambientale descritta della social ecology, stiamo toccando anche dei frammenti di razionalità. L’espressione green democracy tiene conto della descrizione di questo spazio, ma se in green si celebra il trionfo della ragione, in democracy non possiamo lasciar perdere Lacan nell’oblio del meccanicismo dei liberali. 

Riassumendo il tutto: per creare una democrazia radicale multidimensionale possiamo stare dentro i margini del pluralismo della democrazia liberale, senza inneggiare ad una distruzione delle istituzioni. Per fare ciò occorre pensare l’agonismo non solo in termini di una costruzione del nazional-popolare, ma accettare una stratificazione tra agonismi e riconoscere che possano esistere le dimensioni di conflitto dentro le (eco)comunità. Infine, accettare che razionalità (naturale) ed irrazionalità (umana) possano coesistere nel Noi, ricordando che, per esistere un Noi, debba esistere un Loro. Ciò vale per ciascuno spicchio del “poliedro democratico”, che rimane poliedro senza sfaldarsi solo grazie in questo caso ad una congiuntura: questa è la bioregione. Ora che il piatto è servito occorre però provare a capire meglio cosa sia questa egemonia neoliberale da combattere. Avevo già suggerito, all’inizio del discorso, di volerla considerare come una duplice egemonia.

Partiamo prima di tutto da metafora che Chomsky utilizza molto spesso quando parla di corporations, indicate come strutture “fasciste” o “totalitarie”. Il fascismo predilige un modello politico-economico corporativo, in fin dei conti non così dissimile dal sistema di indiscutibile comando/obbedienza che vige entro lo spazio sociale delle corporations. Molto interessante è rilevare in un pensatore libertario, e non lacaniano, l’uso retorico della dicotomia. Perfino in Chomsky, che da molti fu definito – io credo in maniera molto discutibile – come l’ultimo positivista. Chomsky usa l’espressione mercantilismo corporativo e non “libero mercato”, la cui stessa esistenza viene messa pesantemente in discussione.

Fatto sta che ciò che sia io che Chomsky (e Bookchin) vogliamo ribadire un qualcosa che sfugge molto ai liberali: non esiste proprio il libero mercato, o almeno non nella maniera in cui lo concepiscono. Viviamo, difatti, in una società “socialista” per i ricchi, in cui il libero mercato è valido per il 99 percento della popolazione. Se anche l’1 percento fosse costretto ad accettare le regole del libero mercato, sarebbe il primo a combatterlo. Anche contro la campagna di Bernie Sanders alle primarie del Partito Democratico americano del 2020, Trump disse spesso che l’America “non sarebbe mai stata socialista”. L’anziano senatore del Vermont, forte della sua arguzia tagliente e della sua splendida capacità di mobilitazione agonistica delle passioni, rispose che “l’America era già un paese socialista: per i ricchi”: tutto ciò rispecchia perfettamente la nozione chomskiana di mercantilismo corporativo. Chomsky spiega molto bene come la volontà del mercantilismo corporativo sia quella di terzomondizzare il più possibile le società occidentali. Affinchè una società occidentale sia trasformata in una società da Terzo Mondo servono oltre alla semplice concentrazione della ricchezza parecchi altri ingredienti: l’accondiscenza di certe strutture facenti parte dello Stato e forze militari e paramilitari dedite alla protezione coatta della minoranza privilegiata. Questo è il modello che le corporations desiderano per poter sguazzare nella corruzione e nel profitto.

Ma allora la famosa egemonia neoliberale da combattere con una contro egemonia è una egemonia neoliberale-corporativa?  Direi proprio di sì: se per combattere la parte “neoliberale” di questa egemonia dominante dovremo servirci della logica populista di Laclau; la sinistra lacaniana ha invece meno strumenti della sinistra libertaria per fronteggiare il retaggio del dominio, dunque la parte “corporativa”.

A questo punto, tuttavia, occorre fare alcune precisazioni: le espressioni “sinistra lacaniana” e “sinistra libertaria” vengono da me utilizzate in maniera semplificatoria. Chiaro e lampante è il fatto che un socialista che riprende le teorie della psicanalisi lacaniana può anche essere tranquillamente un libertario. Ma, per semplificazione, userò i termini “sinistra libertaria” per riferirmi a teorie politiche post-anarchiche, come quelle di Bookchin e di Chomsky, mentre utilizzerò l’espressione “sinistra lacaniana” per indicare un filone specifico, che comprende le mentalità di Laclau, Stavrakakis e (molto parzialmente) Zizek. 

Proprio come abbiamo dovuto trasformare la relazione Noi/Loro da antagonistica in agonistica per fronteggiare democraticamente l’egemonia neoliberale, ossia abbiamo trasformato la relazione amico/nemico in relazione tra avversari, allo stesso modo dobbiamo mutare la gerarchia in verticalità e non distruggere la verticalità in nome della lotta alla gerarchia. Democratizzare le gerarchie farebbe assolutamente impallidire gli anarchici ortodossi, ma, pensandoci, quanto aveva lasciato a bocca aperta i leninisti la pretesa di Mouffe di democratizzare il liberalismo?

Ecco qui spiegato il perché parlamentarizzare il post-anarchismo, dunque utilizzarlo nella lotta per l’egemonia, sembra un controsenso (come è possibile parlamentarizzare una corrente che definisce il parlamento un’ istituzione illegittima o gerarchica?) ma non lo è. La possibilità, entro un poliedro multidimensionale e, secondo la teoria degli spicchi di agonismo, di sublimare il retaggio del dominio in verticalismo democratico, assume che tutto possa svolgersi democraticamente entro i margini – dinamici – della democrazia pluralistica. Se qualcuno se ne è accorto, passando da una questione all’altra, stiamo procedendo sempre attraverso una narrativa a due livelli, contro un mondo egemonico neoliberale, che viene combattuto attraverso mezzi non completamente razionali e contro un’egemonia corporativa affrontata attraverso il razionalismo libertario. 

Da un punto di vista spiccatamente politologico le due egemonie dominanti, collegate sempre per via contingente, rimandano a metafore quali quella del “liberal-autoritarismo” suggerita da Emiliano BrancaccioLa trasformazione della gerarchia in verticalità è una strategia concreta di smantellamento del sistema mercantilistico corporativo e di rafforzamento del sistema pluralista e democratico: ne è in discussione il futuro della democrazia. A questo punto i concetti di gerarchia, verticalità, egemonia e democrazia non possono essere utilizzati su uno sfondo puramente economico. Fino a qui un passaggio importante, che consentirebbe l’applicazione pratica di tutte queste formulazioni concettuali, dovrebbe essere il passaggio da una prospettiva econometrica, propria dei liberali, ad una prospettiva realmente economica, non solamente fondata sulla statistica e sulle formule matematiche. La possibilità concreta è dunque quella di creare, utilizzando parole di Keynes, un’economia dal volto umano.

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