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L’uomo è un animale sociale, ma non è social - Senso Comune
Cultura

L’uomo è un animale sociale, ma non è social

5 Dicembre 2020

Come già ribadito in più occasioni, la pandemia ha scoperchiato il vaso di Pandora ed evidenziato tutte le fragilità della nostra “cultura moderna”.
Innanzitutto ha demolito la nostra convinzione che, grazie all’elevato progresso tecnologico raggiunto negli ultimi decenni, saremmo stati in grado di gestire qualsiasi fenomeno, ma il Coronavirus ci ha dimostrato esattamente il contrario.

Abbiamo preso atto che l’inquinamento atmosferico predispone alle infezioni respiratorie, dunque spiana la strada agli attacchi del virus e che esso stesso si trasmette dove la densità di popolazione è molto, forse troppo elevata (dai pullman alle discoteche).
Che le nostre città non fossero esattamente a misura d’uomo, non è stata una rivelazione recente, ma che minasse così pericolosamente la nostra salute, l’abbiamo scoperto con la pandemia.
I lockdown in cui, ormai diverse volte, siamo stati coinvolti, hanno evidenziato le falle enormi di una società strutturata al servizio dell’economia e soprattutto, come l’economia sommersa, quando si ferma, rischia di diventare una bomba sociale.

L’epidemia non ha evidenziato soltanto gli aspetti negativi della nostra vita comune, ma ha messo profondamente in discussione anche i comportamenti individuali.
È chiaro che tornare ai tempi della peste, col distanziamento sociale, non sia stato piacevole per nessuno, ma se questo dettame viene osservato dai più con rigore, tanto per tutelarsi che per proteggere gli altri, è evidente che il valore della collettività non sia inteso da tutti allo stesso modo.

 Le posizioni dei cosiddetti negazionisti che, alcune volte, si sono addirittura lanciati all’inseguimento delle ambulanze, nel vano tentativo di dimostrare che girano a vuoto, con le sirene spiegate, per spaventare la gente affinché non reagisca alla cosiddetta dittatura sanitaria, risultano incomprensibili.

 È innegabile che molti di noi si siano interrogati sulle motivazioni che hanno spinto un gran numero di persone, allo scoccare del cambio di colore di Piemonte e Lombardia, a riversarsi nelle strade dello shopping e nei bar incuranti di qualsiasi regola per evitare il contagio, ignorando deliberatamente il numero impressionante di morti che, quotidianamente, si registra e la difficile situazione in cui versano gli ospedali, soprattutto in queste zone.

A nulla sono servite le raccomandazioni e tanto meno la precisazione che non si trattasse di un “liberi tutti”.
Il bisogno di socialità ha rotto gli argini delle case e come un fiume in piena ha invaso i centri cittadini.
L’isolamento del lockdown ha affidato esclusivamente al web la comunicazione con i limiti che ciò comporta. Il fatto di digitare un messaggio sulla tastiera prevede già una mediazione, una mancanza di spontaneità, un’alterazione delle relazioni, private dell’interazione tra gli esseri umani.
Se da un certo punto di vista il bisogno di incontrarsi è comprensibile, evidenzia l’assenza del concetto di collettività come risultato della responsabilità di ciascuno.

L’inosservanza delle regole, ha messo in allarme le istituzioni, perché avrebbe favorito nuovamente una pericolosa impennata dei casi e, per questo, ad esempio il Governatore del Piemonte Cirio, ha convocato un tavolo col prefetto, per incrementare i controlli nelle zone più a rischio.
Anche i provvedimenti del nuovo DPCM, con i suoi divieti stringenti, seguono la stessa logica e non si riesce a comprende quale sia quella delle opposizioni e di alcune regioni che continuano ad opporsi reclamando discutibili riaperture.
Nel vaso di Pandora era rimasta la speranza. 

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