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Politica | Teoria

La vida que vendra: cosa attenderci dalla fine dell’emergenza

Aprile 21, 2020

La vida que vendra: cosa attenderci dalla fine dell’emergenza

Prima del coronavirus, dal dopoguerra ad oggi, l’Italia ha vissuto due stagioni “di emergenza”, che hanno rappresentato a tutti gli effetti uno “stato d’eccezione” rispetto alla continuità ordinaria delle funzioni di una democrazia. Beninteso, non che questo abbia comportato necessariamente qualche forma, anche parziale o temporanea, di sospensione delle garanzie costituzionali. Purtuttavia, in questi due periodi è possibile cogliere delle cesure fondamentali all’interno del sistema politico che hanno determinato la transizione ad un altro, o per lo meno ne hanno accelerato il processo.

La prima di queste fasi coincide con la stagione emergenziale della lotta armata e del terrorismo. Soprattutto dopo il caso Moro, l’ “emergenza terrorismo” ha comportato degli stravolgimenti tanto nel campo giuridico-normativo, quanto negli aspetti procedurali della democrazia; stravolgimenti che, una volta cessata l’emergenza hanno assunto un carattere di normalità, rendendo impraticabile il ritorno alla situazione precedente. Sono, a vario titolo, elementi identificativi di questo stato d’eccezione l’introduzione della Legge Reale (tutt’ora in vigore, nonostante le modifiche susseguitesi nel corso degli anni), i governi di “solidarietà nazionale” e “delle astensioni” (col PCI in appoggio dei governi Andreotti III e IV) – di cui sentiamo riecheggiare in continuazione, anche ultimamente con la proposta da più parti di un esecutivo a guida Draghi –  e, non in ultimo, una “funzione politica” da parte della magistratura che negli anni diverrà sempre più preponderante nel panorama politico italiano.

Proprio quest’ultima, infatti, ha rappresentato il cavallo di Troia per scardinare il sistema partitocratico della I Repubblica durante “Tangentopoli”, seconda stagione “di emergenza” della storia repubblicana, che, secondo alcuni, rappresenta il compimento di quella crisi sistemica iniziata un quindicennio prima con il rapimento e l’assassinio di Moro.

Assieme ai principali partiti, fu smantellato a poco a poco anche l’assetto economico fordista-keynesiano, il ruolo dirigista dello “Stato-piano” e buona parte del sistema di welfare e previdenziale che trovava in quel particolare connubio tra politica e affari, Stato e mercato quell’equilibrio alla base dell’anomalia del capitalismo italiano.

Fu quello l’inizio della transizione al neoliberalismo che trovò poi nelle progressive riforme del welfare e del mercato del lavoro e nell’approdo all’unione monetaria il suo compimento.

Il post-emergenza: momento Polanyi e possibili scenari

In molti sottolineano come oggi ci troviamo in una terza fase “d’emergenza”, in cui si riaffaccerebbe l’ombra dello stato d’eccezione e, quindi, il divenire incerto di una nuova normalizzazione. Alcuni segnali sono sotto gli occhi di tutti: la crisi di legittimità del neoliberalismo di cui abbiamo già parlato ; l’annuncio di un ritorno a qualche forma di pianificazione o intervento statale nell’economia; la disarticolazione dell’ideologia dominante del debito e dell’europeismo acritico;  il primato della salute e della vita sugli interessi del capitale.

In generale, sembra di assistere a un’altra – la terza dal dopoguerra – crisi dell’equilibrio sistemico e di direzione politica da parte delle élite neoliberali, alla quale corrisponde l’insorgere di un nuovo sistema allo statu nascenti.

Non si tratta ovviamente di alcuna istituzionalizzazione di un potere costituente, di nessuna rottura dell’ordine politico che prefigurerebbe l’insorgenza di uno nuovo o di una legalizzazione di qualche forza carismatica, bensì di una prefigurazione, ancora incerta, di un cambiamento di direzione politica che lascerà, con tutta probabilità, inalterati gli attuali rapporti sociali e politici tra le classi.

Come chi scrive, in molti leggono l’emergenza che stiamo vivendo come un elemento che segnerà una discontinuità e finanche una rottura dell’ordine neoliberale. Ma tanto i nuovi “apocalittici” à la Agamben e Wu Ming –  secondo i quali l’epidemia rivelerebbe il riaffiorare di un nuovo Stato autoritario, quando non inequivocabilmente “fascista” –, quanto i profeti entusiasti à la Žižek e Harvey sembrano mostrare un’eccessiva enfasi sull’idea di una trasformazione epocale che, proprio dal momento che non nasce da alcun rovesciamento del rapporto di dominio tra le classi, né da alcuna esigenza da parte delle classi dominanti di preservare l’ordine, è lecito considerare attualmente infondata.

Ciò che è possibile rilevare pienamente, invece, è la constatazione di un ritorno della politica, ovvero l’accelerazione di quel processo che dal momento populista conduce al cosiddetto momento Polanyi . Come conseguenza di ciò, si assisterebbe anche al riemergere della frontiera destra/sinistra su un livello completamente differente da come l’abbiamo conosciuta nell’ultimo trentennio.

Se il momento populista ha rappresentato una reazione al neoliberalismo a partire dalla domanda democratica (1) e di protezione sociale, il momento Polanyi è quello nel quale, per la stessa sopravvivenza dell’ordine sociale ed economico, lo Stato non può fare a meno di assumere un ruolo di protezione e difesa della comunità dal mercato.

Si può affermare che se è vero che il momento Polanyi è in nuce nel momento populista, gli effetti dell’esplosione di una emergenza pandemica globale stanno producendo un’accelerazione del suo inverarsi.

Le sfide poste dall’emergenza

La dimensione biopolitica di un virus che non conosce frontiere, né confini sia fisici che “sociali” (di classe, genere, razza) rende evidente quanto l’emergenza coronavirus sia un fatto sociale totale per dirla con Mauss (2), ovvero un evento sconvolgente attraverso cui è possibile leggere la crisi del mondo come finora l’abbiamo conosciuto e le sue possibili trasformazioni.

È possibile che l’etica individualistica e la cultura dell’autoimprenditorialità alla base dell’ideologia neoliberale stia cedendo il passo alla riscoperta di una dimensione collettiva.

Di fronte a un virus che minaccia l’esistenza stessa della vita associata, così come le norme tacite e le istituzioni che ne regolano il funzionamento, il disvelamento di un naturismo umano, al di là e al di sotto dell’architettura politica ed economica su cui si fonda il neoliberalismo, comporti il necessario riaffiorarsi di nuovo umanismo. Di fatti, le ingiustizie di un sistema fondato sulla disuguaglianza e sull’illiberalità sono evidenti tanto nell’ineguale accesso alle cure (ad esempio nel caso delle cure prontamente ricevute da Boris Jhonson a fronte dei tanti che continuano a morire senza assistenza), quanto nell’ineguale distribuzione della ricchezza e accesso alle risorse economiche.

Questa emergenza pandemica è riuscita a scoperchiare il vaso di pandora sulle diseguaglianze esistenti nel nostro sistema, meglio e più efficacemente di quanto militanti e movimenti di sinistra siano riusciti a fare negli ultimi anni. A fronte dei pochi privilegiati per i quali l’inoperosità obbligata non comporta alcun danno se non una (ininfluente per i propri portafogli) riduzione dei profitti e delle rendite, esiste un ceto-medio per cui la continuità di reddito rappresenta un problema sostanziale e un proletariato e sottoproletariato per il quale lo è ancor di più.

D’altro canto, le sirene di Confindustria che, allarmata per l’emergenza economica causata dall’epidemia e compatendo perfino le sorti degli operai che non beneficiano della cassaintegrazione, preme per un’apertura immediata delle attività produttive, non incantano più nessuno; tanto meno gli operai i quali sarebbe sottoposti a rischi altissimi per la propria salute, in assenza di adeguate misure di sicurezza che né lo Stato, né i privati sono in questo momento in grado di assicurare (3).

E che dire delle rivolte dei detenuti contro condizioni carcerarie intollerabili, dovute al sovraffollamento (con tutti i rischi di diffusione del contagio implicati) e all’inasprimento delle restrizioni finalizzate al contenimento dell’epidemia che violano espressamente i diritti costituzionali?

Di fronte all’emergere di nuovi conflitti scatenati dall’insostenibilità dei livelli di disuguaglianza e di iniquità nell’accesso a reddito, welfare, diritti e decisioni politiche, è chiaro che interventi di tamponamento come il Reddito di emergenza, così come qualche letto in terapia intensiva in più (4) rivelano tutta la loro inadeguatezza, oltre che insufficienza, nell’affrontare l’emergenza. Inadeguatezza, innanzitutto, perché palesano un consistente vuoto di strategia politica nell’affrontare la crisi che si traduce nel costante tentativo da parte della politica di inseguire i problemi, anziché offrire le soluzioni.

 La sovranità che verrà: autoritarismo vs nuovo socialismo

Questo vuoto politico non è attribuibile, come si potrebbe pensare, alle incompetenze delle élite al governo nell’affrontare l’emergenza in corso; o per lo meno non lo è interamente. Piuttosto, è emblematico della crisi del neoliberalismo che si mostra innanzitutto a partire dalla crisi della governance neoliberale, cioè di quel complesso di istituzioni e funzioni che operano nel governo della popolazione e dei processi con una modalità specifica che è quella dell’amministrazione. Non c’è bisogno di scomodare Foucault per rilevare come le tecniche neoliberali di governo siano esattamente fondate sull’amministrazione della realtà presente. Amministrazione che è esattamente il contrario della decisione politica sovrana.

Ed è qui la sfida che abbiamo di fronte: esiste la possibilità che tra i vuoti che l’amministrazione della governance neoliberale ha scoperchiato si insinui il ritorno della sovranità politica, intesa come capacità di decisione e direzione democratica dei processi? In altre parole, il ritorno dell’esercizio da parte delle istituzioni pubbliche di una sovranità politica. Si tratta di trascendere il carattere a corto respiro dell’amministrazione per assumere la guida di una società che ha bisogno di riprogettare sé stessa, a partire da una proposta politica. Non più amministrazione del presente dunque, ma decisione politica sul futuro.

Il momento Polanyi potrebbe essenzialmente coincidere con il ritorno allo Stato-piano, in termini ovviamente rinnovati e con caratteristiche post-neoliberali (5).

La seconda questione connessa al momento Polanyi, di cui si diceva, ha a che fare con l’emersione di una nuova frontiera destra/sinistra.

Da questo punto di vista, il ritorno dello Stato-piano e della Politica sovrana non basta di per sé a farne un elemento positivo. Potrebbe anzi non esserlo affatto, qualora gli elementi caratterizzanti il nuovo assetto d’equilibrio tra Stato e mercato si declinasse nelle forme autoritarie che ben conosciamo: quelle dell’identità etnico-culturale e xenofobica, del nazionalismo aggressivo e neoimperialista, di un nuovo compromesso “corporativista” tra le classi a vantaggio del capitale nazionale e – non in ultimo – la normalizzazione delle tecniche di controllo sociale che sono state messe a punto durante quest’emergenza (ad esempio, il controllo dei nostri dati, i big data, ad opera di società private).

Qualora, invece, riuscissimo a determinare il segno della ristrutturazione che verrà nella direzione di una democratizzazione più vasta e di un controllo popolare e democratico sulla produzione e distribuzione dei beni e servizi, sulla fruizione dei beni comuni e del welfare pubblico, sull’implementazione di un Green new deal e finanche sulla riappropriazione delle tecnologie al nostro servizio (anche in questo caso il controllo sui big data potrebbe essere rovesciato di segno), allora il ritorno della decisione sovrana equivarrà al ripristino della sovranità democratica esautorata dalla governance neoliberale.

L’opportunità che abbiamo di fronte non è una scommessa di poco conto: si tratta di immaginare un nuovo socialismo, dopo i fallimenti e le sconfitte del secolo scorso.

Se sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione (6), occorre organizzarsi per conquistare terreno, senza cedere d’un passo a chi da questa emergenza potrebbe ricavare vantaggio per perpetuare i rapporti di dominio e di sfruttamento in forme diverse ma egualmente coercitive rispetto a quelle che abbiamo conosciuto nell’epopea neoliberale, di cui assistiamo ora il tramonto. Il gioco vale la scommessa, anche perché, come nel Quarantotto di due secoli fa, non abbiamo da perdere che le nostre catene.

 

 

 

 

 

 

 

1) Chantal Mouffe, Per un populismo di sinistra, Roma e Bari, Laterza, 2018.

2) Marcel Mauss (1925), Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, 2002

3) D’altro canto, si è visto come l’andamento della curva epidemia in Lombardia sia stata condizionata proprio dall’iniziale mancata chiusura di molte attività produttive, specie nel bergamasco, e lo sia tutt’ora, là dove il contagio, seppur diminuito, non accenna ad arrestarsi.

4) quando non si ha a che fare con veri e propri flop come l’inaugurazione del nuovo ospedale alla Fiera di Milano, propagandato come esempio dell’eccellenza della Sanità lombarda.

5)Nell’impossibilità di un ritorno ad una dimensione nazionale e fordista-keynesiana dell’economia.

6) Carl Schmitt, Le categorie del «politico», il Mulino, Bologna 2013.

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