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Paese | Politica

Le distorsioni dei sistemi elettorali locali

17 Novembre 2020

Nel nostro paese assistiamo alla presenza a livello locale (nelle elezioni comunali e regionali) di sistemi elettorali incongrui tra di loro e spesso distorsivi della volontà popolare. Basta guardare all’esempio delle ultime elezioni regionali in Campania in cui la candidatura di Vincenzo De Luca come presidente era sostenuta da una coalizione ipertrofica, trascinata dalla straripante personalità mediatica dello stesso De Luca, che aveva repentinamente monetizzato il pieno di visibilità dovuto alla gestione dell’emergenza Covid, una coalizione con ben 15 liste (si, avete contato bene 750 candidati circa alla carica di consigliere solo per lui).  In un contesto simile, dove i posti in assemblea sono pochi, i colori politici risultano sbiaditi e confusi, e gli schieramenti diventano sostanzialmente permeabili ed interscambiabili (non a caso, a differenza della legislatura precedente, l’ufficio di presidenza dell’assemblea è stato eletto con la maggioranza bulgara di 46 voti favorevoli e 3 astenuti, facendovi entrare per la prima volta anche Valeria Ciarambino del m5s) la campagna elettorale si basa tutta sulla persona e la rete di relazioni che riesce ad interessare, per questo a partire dalle riforme elettorali degli anni novanta si è assistito ad un proliferare di liste e alla mutazione genetica dei rappresentati istituzionali, un processo che ha allontanato la politica sia dai cittadini che dalle istituzioni e ha peggiorato qualsiasi rapporto di rappresentanza.

Prendere in esame il meccanismo elettorale regionale comporterebbe l’ulteriore complicazione di avere a che fare con sistemi diversi (al netto del meccanismo maggioritario e dell’elezione contestuale di presidente e consiglio) a causa dell’autonomia statutaria in materia, e in ogni caso a breve ci saranno le elezioni comunali in importanti città della penisola, per cui di seguito concentrerò la mia analisi sulle ripercussioni che il cambio di regime elettorale ha avuto nei comuni. In particolare mi concentrerò su Roma, una elezione che da sempre lancia importanti segnali al paese, che consente alle forze politiche di mostrare tutte le proprie ricette, e che gode di una rilevanza mediatica logicamente al di sopra della media, e Napoli, la mia città.

Per prima cosa, qualora ve ne fosse bisogno, riassumiamo l’attuale meccanismo elettorale per i comuni con più di 15.000 abitanti:

  • Si vota su una sola scheda sia per il sindaco che per il consigliere o la lista
  • E’ possibile il voto disgiunto (il sindaco di uno schieramento e il consigliere di un altro)
  • Il sindaco che ottiene il 50% più uno dei voti viene eletto subito, in caso contrario si procede al ballottaggio fra i primi due
  • Salvo eccezioni, la lista o la coalizione di liste che appoggiano il sindaco vincitore ottiene il 60% dei seggi in consiglio (premio di maggioranza)
  • Superata la soglia di sbarramento algebrica del voto di lista (per i comuni grandi di solito il 3%) ogni schieramento elegge un consigliere, a partire dal proprio candidato sindaco che viene automaticamente considerato come il primo eletto
  • I seggi, sia all’interno della maggioranza che nelle opposizioni, dopo l’attribuzione del premio di maggioranza, sono ripartiti col criterio proporzionale puro

Com’è evidente, già solo dal punto di vista algebrico, questo meccanismo comporta una pesante distorsione nella distribuzione dei seggi, aumentando a dismisura quelli a disposizione della coalizione vincente e mortificando lo sforzo elettorale di chiunque non arrivi primo. Per collegarci alle due città di cui sopra nel 2016 le coalizioni di De Magistris e Raggi hanno racimolato rispettivamente il 42,8% e il 35,3% ottenendo però 24 e 29 consiglieri, il 60% appunto. Le opposizioni, considerate complessivamente, si sono dovute accontentare di 16 e 19 consiglieri a fronte del 57,2% e del 64,7%, nel caso della capitale una vera inversione di proporzioni. Sul piano delle preferenze personali assistiamo ad una tombola a puntare sul cavallo vincente che comporta uno sconto molto consistente del quoziente di voti necessario per essere eletti, all’ultima eletta della lista De Magistris Sindaco sono bastati poco più di 800 voti contro i duemila e passa che le sarebbero serviti nella lista del PD, ancora meglio è andata all’ultimo eletto, il ventinovesimo, del M5S a Roma che è salito all’assemblea capitolina con circa 500 voti;  ma il vero campione della disciplina del piazzamento politico rimane il quindicesimo consigliere eletto nell’IDV a supporto di De Magistris nel 2011 che ha avuto accesso a Palazzo San Giacomo con soli 225 voti, toppo pochi anche per il consiglio comunale di San Giorgio a Cremano.

È facile intuire che un meccanismo del genere porta fisiologicamente alla moltiplicazione delle liste, nella speranza di combinare i tre fattori vincenti della competizione: indovinare il candidato sindaco, stare in una lista che supera la soglia di sbarramento (che si abbassa notevolmente col premio di maggioranza), ottenere un buon risultato all’interno della propria lista (il che porta qualsiasi candidato minimamente furbo ad evitare le liste con troppe personalità ingombranti). Se a questo aggiungiamo il meccanismo diabolico della elezione a consigliere d’ufficio per qualsiasi candidato sindaco perdente la cui lista superi la famosa soglia di sbarramento si capisce bene che chiunque sia dotato del giusto carisma (ma anche no) propenda per mettere su una propria coalizione. Infatti nelle due elezioni del 2016 a Napoli ci sono state 41 liste per 7 candidati alla carica di sindaco, mentre a Roma 34 liste (il M5S, va detto, abbassava drasticamente questo numero) con 13 sedicenti sindaci (se vi sembra un record è perché non sapete che nelle elezioni della capitale del 2013 ve ne erano ben 19).

Come è cambiata la politica comunale in questo scenario? I cittadini sono diventati finalmente più partecipi e vicini alle istituzioni? Le giunte si sono emancipate dal giogo delle maggioranze? Per rispondere bisogna dare un’occhiata alla storia recente.

Nell’inverno del 1993 Giuliano Amato era presidente del consiglio, lo era diventato dopo un giro di consultazioni molto travagliate nella primavera del 1992, lo stesso anno in cui erano stati uccisi i magistrati Falcone e Borsellino ed era scoppiata l’inchiesta Mani Pulite. In questo clima non proprio sereno i partiti tradizionali avevano perso molti consensi a favore di compagini politiche come la Lega Nord, La Rete, il Partito Radicale. La gente, opportunamente animata dalla campagna mediatica che circondava l’inchiesta del pool di Milano, chiedeva riforme radicali, un nuovo protagonismo, viveva una diffidenza molto forte nei confronti di qualsiasi cosa sembrasse frutto di compromessi politici, e invocava regole nuove. L’esigenza di una riforma elettorale che “dicesse chiaramente chi aveva vinto” soffiava nella stessa direzione dello spirito del tempo e, diciamolo, faceva comodo, o almeno così credevano allora, a tutti i partiti maggioritari, in forte ridimensionamento. È opportuno ricordare che in quegli anni veniva da tempo condotta una battaglia che avrebbe portato ai referendum dell’aprile 1993 (ma questa è un’altra storia), tra cui spiccano proprio quello per il maggioritario, ma anche quello per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e altre primizie ordoliberali. I proponenti più velleitari erano i Radicali e un sedicente comitato dei 31 animato dal democristiano Mario Segni. Con queste premesse, e dopo che il 5 marzo aveva istituito un’autorità di vigilanza sul finanziamento ai partiti sottraendo la materia ai giudici di Milano, la camera dei deputati iniziò la discussione della legge 81 del 1993. Fra le proposte che arrivarono in discussione ve ne erano di molti tipi, quella di Umberto Bossi, per dirne una, prevedeva l’elezione diretta anche della giunta. Quasi tutte, con la felice eccezione del Partito Socialista Italiano che insisteva per il proporzionale nell’organo assembleare, prevedevano l’elezione diretta del sindaco e il premio di maggioranza, cosa che a onor del vero incontrava anche il parere favorevole della maggioranza degli stessi componenti dell’ANCI, così dal 1993 si sarebbe finalmente votato con il nuovo sistema.

Cosa succedeva nelle città nel frattempo? Nel decennio precedente Napoli e Roma avevano cambiato rispettivamente 7 e 5 sindaci e nel 1993 andarono entrambe al voto col nuovo sistema elettorale, il numero di liste passò da 12 a 17 nel caso di Napoli e da 9 a 25 nella capitale, da quel momento in poi sarebbe sempre aumentato, con i record di 41 per Napoli2016 e 40 per Roma2013 (la stessa dei 19 sindaci, che momento di funambolismo elettoralistico dev’essere stato!). Nel 2016 la coalizione in appoggio di Luigi De Magistris contava da sola lo stesso numero di liste di tutta l’elezione di Napoli del 1992, l’ultima col sistema proporzionale, e avrebbe generato meccanismi conflittuali ben peggiori solo rimanendo al proprio interno.

Il maggioritario ha reso la posizione di sindaco più solida? Si, per forza di cose, ma non ha reso il suo ruolo più sereno, se infatti il sindaco rimane in carica quasi sempre per tutto il mandato (unica eccezione di sindaco decaduto, ma non per ricoprire una carica migliore, Ignazio Marino, vincitore delle mitiche elezioni di Roma del 2013) la stessa cosa non vale per i componenti della giunta che diventano la vera posta in gioco degli scontri del consiglio, con tempi di permanenza nel ruolo spesso risicatissimi.

Il maggioritario ha contribuito a creare un legame più forte fra il sindaco e i cittadini? Sicuramente alla base della cosiddetta primavera arancione (Pisapia, De Magistris, Zedda, Accorinti, Orlando bis), del successo nelle città del M5S, e dell’emergere dei sindaci civici in molti comuni minori, c’è la possibilità da parte dei cittadini di votare direttamente il sindaco, ma una volta eletto non è che il dialogo fra i due corpi sia cambiato parecchio, una certa innovazione nel linguaggio e nel gioco delle parti, dove c’è stata, è dovuta più alle nuove tecnologie che permettono di disintermediare, non sempre con esiti positivi.

Il maggioritario ha contribuito a far entrare i cittadini in politica? Non sempre e non tutti, in realtà il cittadino concepito nella sua individualità, con le sue idee politiche, ma senza una rete strutturata di legami e soprattutto di interessi, fa ancora più fatica di prima ad avvicinarsi ad una competizione elettorale. È diventato invece tutto molto più semplice per chiunque abbia un ruolo professionalmente rilevante: negli anni abbiamo assistito al proliferare di medici, avvocati e commercialisti consiglieri comunali, ora è il turno delle associazioni di terzo settore, dei CAAF o di chiunque abbia una posizione di rilievo in una categoria determinata e compatta. Più che l’ingresso dei cittadini nella politica è stata la vittoria degli interessi particolari su quest’ultima. Col proporzionale e con i consigli comunali molto più grandi (negli anni in questione siamo passati da 80 componenti a 40) i partiti si preoccupavano di fare da filtro per la classe dirigente e da incubatore di idee, con l’obiettivo di costruire un gruppo consiliare che fosse compatto e competente perché il vero rapporto di rappresentanza era affidato alla segreteria cittadina e non al singolo consigliere.

In questo sistema gli accordi politici non si fanno più in consiglio comunale ma iniziano fuori, nella fase di composizione delle liste e delle coalizioni, un momento fondamentale in cui non sono più rappresentate le posizioni politiche ma gli interessi specifici sulla base di presunti pesi elettorali dei rispettivi esponenti. Ma l’ingresso degli interessi particolari dalla porta principale degli spazi della politica è un sogno liberale non un orizzonte democratico. E infatti a rimanere escluse da questo spettro sono sempre le posizioni che hanno un colore politico più acceso perché si prestano meno di altre al perseguimento di interessi impolitici.

Se ci fosse ancora una forza politica autenticamente popolare, spinta da un sincero anelito democratico, lotterebbe per riformare nuovamente il sistema elettorale di tutti gli enti locali: scindere l’elezione del sindaco (rivedendone le prerogative e rafforzandone le autonomie) da quella dei consiglieri, reintrodurre il proporzionale puro per gli organi elettivi collegiali. Bisognerebbe riprendere lo slogan dell’ormai famosa campagna di Ignazio Marino per Roma2013, che col senno di poi suona profeticamente sinistro: “Non è politica, è Roma”, diceva. E invece no, dovremmo cercare di mitigare i rapporti di forza della società attraverso le istituzioni, non di esaltarli: “non è Roma, è Politica”.

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