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Paese | Politica

Sardine e pescecani

6 Dicembre 2019

Il movimento delle “sardine” tiene banco; riempie le piazze, deborda in tv, spacca le opinioni sui social fra pro e contro. Lasciamo in secondo piano la questiona se sia un movimento proprio spontaneo o se abbia simpatie politiche definite. Certo qualche dubbio sembra legittimo, visto che uno dei suoi leader riconosciuti si era in passato espresso entusiasticamente per lo Sblocca-Italia di Renzi, aveva sostenuto l’opzione renziana contro il referendum sulle trivelle di primavera 2016, ed oggi a Taranto dichiara ai giornalisti «Non spetta a noi fare proposte in tema ambientale. Siamo troppo giovani e non siamo un movimento politico». Ma sui movimenti di piazza non basta la radiografia politica della leadership e non si deve fare l’errore di giudicarli per quello che sono anziché per quello che possono esserePer una riflessione in merito pare accattivante il paragone col movimento dei Girotondi. Chi lo propone lo fa da parte ostile, magari intendendo la vacuità di un movimento che non affronti una seria riflessione sull’economia. Ma è un paragone proficuo.

Facciamo un passo indietro: i Girotondi si attivano a inizio 2002 in risposta all’appello del magistrato Francesco Saverio Borrelli (12 gennaio) nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a resistere al tentativo del governo Berlusconi di controllare la magistratura, denunciandone gli intenti “riformisti” e le ritorsioni dell’esecutivo verso i magistrati che si occupano direttamente del Presidente del Consiglio dei ministri. Il mese successivo una oceanica rievocazione dell’inchiesta di Mani Pulite (iniziata nel 1992) metteva al centro anche l’informazione: in quanto l’esecutivo occupava la RAI, stando il gruppo Mediaset sempre nella proprietà della famiglia Berlusconi. La maggioranza di centro-destra era in carica già dall’anno precedente, ed aveva collezionato oltre alla gestione agghiacciante e clamorosa del G8 di Genova una adesione alla Guerra al Terrorismo di Bush (bombardamento dell’Afghanistan, 7 ottobre 2001).

Insomma il contesto era quello di forti tensioni internazionali e di movimenti che coprivano i temi più radicali (guerra, lavoro, globalizzazione), mentre i Girotondi avevano un appeal più domestico e moderato: legalità, pluralismo dell’informazione, Costituzione, rispetto della separazione dei poteri, corruzione. I termini dello scontro erano chiari e sarebbero rimasti tali fra il 2002 e il 2006. Una agenda chiaramente meno radicale delle tendenze anticapitaliste che in tale fase facevano piuttosto riferimento a Rifondazione Comunista, e del tutto lacunosa sui temi economici (e non è che non succedesse nulla: il 1 gennaio 2002 era entrato nelle nostre tasche l’euro, e di lì a poco la FIAT avrebbe mostrato dei cedimenti preoccupanti).

Ma su una cosa i Girotondi non erano moderati per nulla: la contestazione dei vertici dei centro-sinistra da parte di chi lo votava. Che infatti, attaccati e vilipesi in ogni occasione pubblica, reagivano con freddezza e stizza, sentendosi bollati come incapaci, inclini al compromesso se non alla connivenza più sordida. Nel celebre discorso di Nanni Moretti in piazza Navona il 2 febbraio 2002 la critica al centro-destra figurava come ornamento (quasi rituale) della affermazione principale: con questi dirigenti non vinceremo mai. Il regista diventerà non nonostante ma proprio grazie a questo uno dei leader delle mobilitazioni.

Qui vediamo una prima, importante, differenza rispetto ad oggi: mentre i Girotondi erano vissuti dai vertici del centro-sinistra come una vera grana (e tanto più gli oratori ne attaccavano la inadeguatezza tanto più diventavano popolari e i loro eventi partecipati dal cosiddetto popolo di sinistra), oggi il PD accoglie le Sardine come una manna dal cielo nella speranza di invertire un trend poco promettente in vista delle prossime scadenze elettorali. Per D’Alema l’iniziativa girotondina al Palavobis “delegittima i partiti”; non si contano le esternazioni di fastidio e disapprovazione durante gli anni da parte della nomenclatura PDS-DS. Mentre invece Zingaretti, oggi, saluta il raduno delle Sardine con un “evviva”.

Una seconda importante differenza è che nel 2002 le piazze si riempivano contro un governo in carica e piuttosto dinamico nell’emanare provvedimenti effettivi. Oggi è facile, in prospettiva, sminuirli nella loro capacità di ledere l’ordine democratico rispetto alla crisi economica degli anni successivi e alla austerità imposta dall’eurosistema logorando le prerogative dei Parlamenti nazionali; ma rileggendo la Relazione dello Special Rapporteur dell’ONU sulla indipendenza dei giudici (31 gennaio 2003, frutto di due visite in Italia nell’anno precedente) si trovano parole di fuoco che confermano il tentativo di controllare i processi attaccando la Magistratura tramite Governo e maggioranza parlamentare. Emerge anche la anomalia degli avvocati del premier che legiferavano come parlamentari sugli stessi reati dai quali lo difendevano nello stesso periodo in tribunale. Oggi le Sardine agiscono invece in maniera preventiva: impedire che il partito di Salvini vada al potere. Infatti l’epicentro è stato a Bologna, in vista delle elezioni per la regione Emilia-Romagna. Stante tale prossimità temporale è chiaro che tendere ad avere un gradimento di tale piazze direttamente proporzionale al desiderio di vedere riconfermato il PD in tali scadenze è fin troppo facile.

Ma forse non del tutto vero. Se c’è una similarità fra i vecchi movimenti ed il nuovo è quella di essere un’espressione eterogenea. L’atmosfera pare essere “genericamente” progressista e composita al di là di fedeltà al PD o a Renzi, come si evince anche dal Manifesto dei quattro fondatori – anche se a leggerlo fra l’establishment e i reazionari anti-sistema non c’è dubbio dove batta il cuore – che rimane abbastanza generico da accogliere anche persone assai critiche della nomenclatura piddina. Senza dubbio sono andate in piazza molte persone in buona fede, non compromesse né favorevoli al corso renziano, che più che la conferma delle amministrazioni Pd vorrebbero un’offerta politica più conforme a giustizia e solidarietà sociale, intendendo dare un segnale per un’atmosfera diversa dalla plumbea e rancorosa temperie del leghismo militante.

L’effetto politico, però c’è. Al di là delle intenzioni delle persone che vanno in piazza senza motivi di aderenza a gruppi organizzati. Su questo occorre essere chiari e partire da un bilancio definito con lucidità e nettezza. I Girotondi attivi fra 2002-2006 sono stati – nella forte critica degli apparati del centro-sinistra in specie nelle linee della segreteria di Piero Fassino (2001-2007)  – anche la richiesta di una svolta nei contenuti, cioè di spostare l’asse della coalizione a sinistra. Tale tentativo fallì clamorosamente. Col 2006 e la vittoria di Prodi e dell’Ulivo e la sconfitta della riforma della Costituzione promossa dal centro-destra il ciclo si chiudeva. Arginando una modificazione regressiva della Carta ma consegnandosi a questo:

Il mercato unico accentua, e rende irreversibile, la spinta all’integrazione delle economie europee. La partecipazione all’Unione Europea impone un processo di convergenza alle condizioni prevalenti nelle economie più forti e più stabili.[…]

In conseguenza, in Italia i gradi di libertà delle politiche macroeconomiche sono ancor più esigui. Il controllo dell’inflazione e la prosecuzione dello sforzo di risanamento della finanza pubblica rappresentano due vie obbligate, dalle quali non si può deviare. […]

Deve essere proseguita la politica dei redditi impostata con gli accordi del 1992 e del 1993, che ha consentito di contenere i costi della svalutazione in termini di inflazione. […]

L’indipendenza della Banca centrale nel perseguire l’obiettivo di disinflazione deve essere mantenuta e, semmai, rafforzata. […]

Si deve portare a termine nei prossimi due anni il risanamento della finanza pubblica, per persuadere i mercati che le esigenze di bilancio non interferiranno con l’autonomia della politica monetaria.

In questa situazione, un governo responsabile, che non voglia vendere promesse inesigibili di prosperità, deve impegnarsi:

– a mantenere la pressione fiscale invariata nel prossimo triennio rispetto ai livelli del 1995;

– a reperire risorse tramite l’intensificazione della lotta all’evasione fiscale;

– ad assicurare una riduzione della quota della spesa pubblica sul prodotto interno lordo di due-tre punti percentuali. […]

Una prima opportunità di contenimento della spesa deriva dalla coerente applicazione del principio di uno Stato leggero, con il ritiro della presenza pubblica da quei settori ove essa non sia giustificata […]. Una seconda e ampia opportunità di contenimento si rinviene in un miglioramento dell’efficienza e nella razionalizzazione della spesa: non si tratta in questo caso di tagliare l’offerta di servizi e di beni pubblici, ma di ridurne il costo, conferendo autonomia, attribuendo responsabilità e imponendo severi vincoli di bilancio ai centri di spesa.

Tale il programma dell’Ulivo di Prodi. Subito dopo nasceva il PD: non solo la svolta a sinistra non c’era stata, ma era arrivato il contrario. Questo è il punto politico e non è bene girarci attorno.  Il paragone con i movimenti di 10-15 anni fa deve fare riflettere sul fatto che già allora indurre una sterzata verso l’emancipazione era velleitario. La linea di politica economica era decisa e portando al sacrificio delle classi lavoratrici condannava il centro-sinistra a divenire establishment anche in altri campi come puntualmente è successo nel sostegno a Monti assieme a Berlusconi e nei governi successivi, perdendo buona parte della propria base.

Quindi che prospettive ci sono oggi? In buona parte il dibattito sulle Sardine è fra sordi: a parte i tifosi di Lega (che ovviamente sono contro) e del Pd (chiaramente a favore) ci si misura fra chi pensa soprattuto al clima di xenofobia, identitarismo ecc. e per cui l’effetto politico è secondario; e fra coloro che invece annusano aria di rivalsa di centro-sinistra e dei suoi ideali come instrumentum regni (per cui andare in piazza = votare Pd), per cui avversare l’ennesimo movimento-cavallo di Troia è un dovere.

Una sintesi fra tali punti di vista è uno sforzo superiore alle forze di chi scrive. Ma l’intento delle piazze delle Sardine qual è esattamente? Culturale? Politico? Entrambi? Ed in ogni caso è possibile conseguirlo scontando tutte le magagne combinate dalle forze che hanno governato dal 2011 fino a marzo 2018, procedendo in una trafila di immagini suggestive ma generiche senza precisare: se si è per le privatizzazioni o no; se si è contro la precarietà o no; se si vuole combattere il cambiamento climatico o se si vuole lasciare campo alle trivellazioni? Pare evidente di no, occorre prendere posizioni precise. Anche il campo di Renzi agiva con sollecitazioni emotive vaghe (il nuovo, il giovane, l’essere “Smart”) che nei contenuti coprivano un’agenda liberista stile Blair oramai fuori tempo massimo, come un profumo versato su un cadavere. Meglio non ripetere certe brutte esperienze.

Ma di una cosa si può essere sicuri: rimettere le lancette della storia all’indietro, prima dell’alleanza con Berlusconi e Monti, prima della mortificazione della scuola (“Buona Scuola”), del lavoro (“Jobs Act”), dell’ambiente (“Sblocca-Italia”), delle politiche migratorie (Decreti Minniti) appare molto più difficoltoso di quello che esigevano i Girotondi, le cui richieste, alla fine, risuonavano splendidamente nella satira di Corrado Guzzanti col “gerarca” Barbagli: “voi non siete dei veri comunisti! Voi non chiedete la rivoluzione, chiede solo libertà e giustizia! Chiedete banalmente che vengano osservate le leggi già esistenti, che venga rispettata la Costituzione! Ma queste sono semplici battaglie civili! Dov’è il bolscevismo?” Già, dov’è?

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