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Il dogma neoliberista dell’indipendenza della banca centrale

Febbraio 19, 2019

A fine 2017 Matteo Renzi attaccava il governatore della Banca d’Italia Visco, chiedendo di non riconfermalo. Apriti cielo. Una serie così serrata di attacchi non si era vista nemmeno in merito alle peggiori imprese dell’ex sindaco di Firenze come il Jobs Act. Precarizzare il lavoro lo si può discutere, sulla indipendenza di Bankitalia si devono fare le barricate.

Il copione si riproduce oggi che Di Maio pretende di dire la sua sulla nomina dei vertici dell’istituto e su CONSOB. La reazione rasenta il panico da emergenza democratica, in prima fila la sedicente sinistra anti-populista (Repubblica, Pd), poi a seguire Brunetta, Tria, e i vertici UE. La Lega dopo aver appoggiato Tria in Consiglio dei ministri vede Salvini che attacca pure lui Bankitalia, con toni ancora più duri. Sente l’odore del sangue.

L’indipendenza della banca centrale è un principio basato sul presupposto che le dinamiche di mercato producano da sole il massimo risultato in campo economico, e che quindi vada evitata ogni interferenza di carattere politico. Per chi, al contrario, pensa che i mercati non possano autoregolarsi e che occorra un robusto intervento statale per rimediare ai loro squilibri nessuna politica monetaria è neutrale e quindi l’indipendenza che la garantirebbe è un concetto senza senso. Nel periodo contrassegnato dall’egemonia delle politiche keynesiane a nessuno sarebbe venuta in mente una cosa del genere. Viceversa la ascesa del neoliberismo ha incensato l’intoccabilità dell’indipendenza della banca centrale come dogma assolutamente indiscutibile.

Non si tratta di concetti astratti. L’economista sudafricano Vishnu Payadachee fa risalire al cedimento sul punto il momento in cui si è reso conto che i duri dell’Apartheid, sconfitti sul piano politico, si stavano prendendo la rivincita su quello economico. Nel nuovo Sudafrica di Mandela la banca centrale avrebbe agito in autonomia; ma, aggiunge Payadachee, “a quel tempo, anche tra gli economisti liberisti negli Stati Uniti, l’indipendenza della banca centrale era considerata un’idea estrema, tipica di una manciata di ideologi della Scuola di Chicago, convinti che le banche centrali dovessero essere gestite come repubbliche sovrane all’interno degli Stati”. Curioso vedere anche buona parte delle sinistre convertite a tale filosofia.

Thomas Fazi e Bill Mitchell nel loro recente testo Sovranitá o barbarie (Meltemi 2018) descrivono con magistrale puntualità il quadro: l’affermazione del neoliberismo si è attuata con la depoliticizzazione della linea economica, cioè con la separazione fra i meccanismi di rappresentanza e le scelte di carattere economico, in specie con la riduzione del potere dei parlamenti, isolando le istituzioni monetarie e con uno spostamento di competenze ad organismi sovranazionali. Su questo punto dovrebbe collocarsi una critica alle posizioni del M5S. I loro rappresentanti sollevano il problema di una regolazione inefficiente o omissiva che mette a rischio i risparmi e la tenuta delle banche (e c’è molto di vero) ma occorre focalizzare le cause profonde. Banca d’Italia è divenuta una succursale della BCE che non solo è una delle punte di diamante della finanza mondiale, essendo in forte contiguità cui settori finanziari più forti, per cui la supposta indipendenza è in realtà irresponsabilità dinanzi a istituti democratici e complicità con i suddetti poteri forti; ma agisce politicamente sui governi meno docili a favore dei settori privilegiati in convergenza con Commissione, Eurogruppo ecc. usando le banche centrali nazionali come quinta colonna interna per dirottare il processo decisionale. Ciò è avvenuto in particolare in Grecia e in Irlanda, per non parlare della famosa lettera di Trichet e Draghi al governo italiano a agosto 2011. Speriamo qualcuno se ne ricordi.

Da “il manifesto”, 16. 2. 2019

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