Teoria

Tornare alla politica contro l’impotenza neoliberale

Gennaio 13, 2020

L’impotenza sembra essere la cifra costitutiva di questi tempi bui. Ma se la destra appare abile a costruire consenso e a sfruttare il malcontento, la sinistra appare inadeguata a rispondere alle domande provenienti dai ceti impoveriti, rifugiata com’è, nell’alveo dell’etica e della morale.

La minaccia di un conflitto mondiale, scaturito da una nuova escalation di tensione tra Medioriente e Stati Uniti, genera ovunque paura e orrore; tuttavia si è incapaci di reagire, stretti dalla morsa dell’impotenza. Il ciclo reazionario della globalizzazione cui assistiamo si nutre di impotenza. È l’impotenza – nella fattispecie l’impossibilità di far fronte alla precarizzazione del lavoro e all’impoverimento – che ha condotto l’operaio bianco e il ceto medio colpito dalla crisi a votare Trump alle ultime elezioni. Così come è il senso di impotenza nei confronti della crisi della globalizzazione e di un mercato del lavoro sempre più precarizzato e competitivo a far preferire la certezza della Brexit a un programma come quello di Corbyn che esige una mobilitazione attiva e ottimismo della volontà. A un impotente non chiedere di alzarsi e lottare, molto meglio offrirgli in pasto soluzioni semplici per poter sopravvivere. D’altronde, se gratti l’impotenza, trovi la paura, la stessa che, secondo Hobbes, spiega perché gli uomini preferissero il Leviatano allo stato di natura.

L’impotenza e la paura possono trasformarsi in odio verso le élite neoliberali. Ed è quello che è successo un po’ dappertutto nel decennio scorso, allorché si è aperto quello che molti hanno definito “momento populista”: la reazione dei subalterni contro le élite globali che ha rappresentato, a tutti gli effetti, il ritorno del conflitto nell’agone politico, dopo decenni di pensiero debole e fantomatiche fini della storia e delle ideologie. È la domanda di democrazia reale – ¡Democracia Real YA! era uno degli slogan più in voga nel 15M spagnolo – contro lo svuotamento delle istituzioni rappresentative da parte delle oligarchie finanziarie e politiche a caratterizzare, nelle “post-democrazie” occidentali, il momento populista.

Le abilità della “nuova destra”

Sennonché, c’è chi già discute di una probabile fase discendente del momento populista, oppure di esaurimento o corruzione della sua forza propulsiva, resa evidente dalla capacità dell’establishment di ristrutturarsi, sussumendo e declinando in senso autoritario-securitario la domanda di protezione sociale proveniente dai ceti impoveriti. Per fare un esempio, basti pensare al fatto che la Lega di Salvini è il partito più anziano esistente in parlamento e la sua classe dirigente ha partecipato attivamente, negli esecutivi Berlusconi, allo smantellamento del welfare State, alla deregolamentazione del mercato del lavoro e all’adesione acritica alle regole del mercato unico europeo. Eppure, ad oggi, è la forza che attrae maggior consensi. Non diversamente, il successo di Trump, Johnson od Orban può essere ascrivibile alla capacità di una nuova destra radicale di produrre egemonia, di articolare e costruire un blocco sociale tra chi ha pagato il salatissimo costo della crisi finanziaria. Ceti medi risvegliati bruscamente dal miraggio effimero di una globalizzazione che prometteva magnifiche sorti e progressive per tutti, mentre consentiva all’1% della popolazione di depredare e fagocitare ricchezze, a scapito del restante 99.

Questa nuova destra ha saputo disinnescare l’odio “del basso verso l’alto” – cioè del 99% contro l’élite finanziaria e politica responsabile del suo impoverimento – e lo ha sapientemente canalizzato verso “il basso”, cioè verso varie categorie di subalterni: migranti, donne, minoranze, identificate come élite, in quanto percepite come, a diversi livelli, espressione della modernizzazione “globalista”. L’abilità è stata tutta nell’invertire gli effetti – è incontrovertibile che l’immigrazione sia un effetto della globalizzazione, non il suo contrario – con le cause; far credere che il crollo delle certezze, la liquefazione – per dirla à la Bauman – delle sicurezze sociali che la modernità recava con sé fosse dovuta a questi effetti ben visibili di una globalizzazione progressista matrigna. La rimozione delle cause, del resto, è il sintomo più incontrovertibile dell’impotenza: se non posso curare la causa del malanno, allora meglio concentrarsi sui suoi sintomi; se non posso ribellarmi al padrone che mi affama, tanto vale disprezzare coloro che sono, quanto e più di me, poveri e subalterni, perché la loro nuda esistenza è un riflesso della mia impotenza; mi ricorda ciò che sono o, peggio ancora, potrei divenire.

I fallimenti della sinistra “etica”

Sul piano politico, a farne le spese è stata innanzitutto la sinistra in ogni sua forma (tanto quella riformista, quanto quella radicale), anch’essa identificata come responsabile dei mali di quella che avrebbe dovuto essere una nuova Belle Époque della globalizzazione e incapace di offrire soluzioni ai suoi effetti indesiderati.

Esistono degli anticorpi a quest’involuzione, capaci di ricondurre la lotta dei subalterni contro l’“alto” delle oligarchie finanziarie e politiche? A differenza che in Francia, Cile, Catalogna, Hong Kong, in Italia non solo non v’è traccia alcuna di una riconduzione del conflitto sui binari di una lotta contro le élite, ma sono sempre più frequenti sommovimenti culturali e politici in difesa dell’establishment. Un caso emblematico, ad esempio, è rappresentato dal movimento delle sardine, Nel ricondurre costantemente il discorso dai contenuti alla forma, dai programmi alla liceità dei mezzi impiegati sta la quint’essenza di una politica concepita come luogo morale, agorà impolitico e pacifico di uomini e donne dotati di supremazia etica e intellettuale, dal quale si esclude la dimensione del conflitto che è propriamente politica (polemos) e le masse come protagoniste irreversibili delle moderne democrazie. Non è un caso, infatti, che si sprechino proclami a favore di élite competenti, cui delegare le sagge scelte di politica economica, e che non passi giorno senza che questo movimento non riceva endorsement da parte dei media e degli attori dell’establishment stesso.

Messi d’un colpo in soffitta Machiavelli, Marx e Schmitt, questi “Fornero boys” tuonano contro “il populismo” – nell’accezione da loro significata alla stregua del fascismo –, contro l’odio, il linguaggio violento in politica (paragonato alla violenza fisica), le fake news, la propaganda. Se la nuova destra è abile a trasferire l’odio dai reali obiettivi del conflitto, nell’arcipelago “della sinistra” (almeno nel suo brodo culturale) vi è la tendenza a rimuovere l’odio, a disinnescare all’origine qualsiasi conflitto potenziale. Dietro l’adesione al politically correct del linguaggio e al bon-ton delle pratiche, c’è tutto lo sprezzo della nuova borghesia illuminata nei confronti del popolo “grezzo” e “ignorante”, che si preferisce “passivo” di fronte alle decisioni degli esperti, piuttosto che reattivo e aggressivo. Come se l’incattivamento e l’odio, per questi “fondamentalisti del bene”, fosse un prodotto dell’ignoranza e della manipolazione della propaganda e non, semmai, un’ovvia conseguenza delle disastrose politiche neoliberiste, dell’austerità e del rigorismo europeo, delle ricette monetariste e della contrazione degli spazi democratici e di esercizio della sovranità. Anche in questo caso, dunque, si assiste ad un’inversione tra cause (il sacrificio dei diritti sociali sull’altare dei mercati) ed effetti (il linguaggio d’odio, le tendenze reazionarie nei confronti dei fenomeni globali) e ci si illude che una bella stretta censoria sui sintomi basti per curare la malattia. Per questi novelli hegeliani della morale, non è l’essere sociale che fa la coscienza, bensì il contrario. La censura – e, ancora più grave, l’auto-censura – sembra essere la cartina tornasole di una politica che ha definitivamente escluso dall’universo di discorso la dimensione del conflitto, relegando i rapporti sociali alle norme della morale e del politically correct. Se questo è un tratto caratteristico della civiltà occidentale contemporanea – roba che i romanzi di Philip Roth, tanto per dirne uno, se fossero scritti oggi, a stento troverebbero un editore –, in Italia questa riduzione della politica ad “etica” trova nel campo intellettuale della sinistra la sua piena realizzazione. L’interpretazione del mondo secondo valori diventa, in tal modo, un surrogato dell’antica interpretazione metafisica.

Ristabilire primato alla politica e centralità al conflitto

In ciò vi è la ragione principale dell’arretratezza degli intellettuali di sinistra nei confronti della comprensione della realtà: la lettura critica dei fenomeni avviene nel campo dell’etica, nei cui confronti la politica deve ricoprire un ruolo subalterno. Ma se si smette di riconoscere alla politica (e, dunque, alla dimensione del conflitto) il suo primato, di nuovo si ritorna al problema dell’impotenza. Rinchiusi nell’universalità e nell’assolutezza della dimensione etica e nell’autoreferenzialità ideologica, a causa dell’incapacità di comprendere i conflitti e gli umori delle classi subalterne, gli intellettuali hanno cessato il ruolo che gli era proprio: quello di fungere da mediazione tra società e istituzioni. Venuto meno il loro compito, la disintermediazione politica ha la meglio, favorita dal ruolo dei social network e da una spettacolarizzazione della vita che non trova più ostacoli. Proprio quella disintermediazione contro cui tuonano le sardine, quando alludono al ritorno del primato della tecnocrazia, delle competenze in politica e alla messa al bando della “propaganda populista”.

Contro le opposte nostalgie reazionarie dell’impotenza politica – tra chi vorrebbe riportare indietro le lancette della Storia agli antichi fasti e chi, terrorizzato dal “populismo”, auspica una governance tecnocratica –, è quanto mai urgente che la politica torni ad avere il primato che le spetta ed il conflitto acquisisca un nuovo protagonismo nel decennio che ci attende. Che le rivolte dei gilet jaunes francesi fungano da lezione: non esiste democrazia e difesa dei diritti sociali senza lotta al capitalismo e ai “comitati d’affari” al suo servizio.

Eugenio Galioto, metodologo delle scienze sociali e ricercatore indipendente. Si occupa di comunicazione politica e scrive per diverse riviste e quotidiani. Per Ediesse ha pubblicato “Pierre Bourdieu”. Si è occupato a lungo di sicuritarismo e di “populismo digitale”.

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