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Chi vincerà la battaglia sui vaccini? - Senso Comune
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Chi vincerà la battaglia sui vaccini?

27 Gennaio 2021

Qualche mese fa India e Sudafrica hanno chiesto all’Organizzazione Mondiale della Sanità e all’ Organizzazione Mondiale del Commercio di sospendere i diritti sulla proprietà intellettuale dei vaccini, in modo da far accedere i Paesi più poveri ai brevetti che ne hanno permesso la ricerca e la sperimentazione. L’obiettivo delle policy sulla proprietà intellettuale è quello di tutelare beni immateriali quali qualsiasi prodotto derivante dalla creatività e dall’intelletto. Nel caso in questione, però, la proprietà intellettuale, compresi i brevetti, rischiano di rallentare la diffusione del vaccino a livello sia nazionale che globale. Le grandi aziende farmaceutiche usano la proprietà intellettuale sui vaccinicome mezzo per garantirsi un potere di monopolio sul mercato, impedendo così ad altri di entrarvi. Privilegio che tentano di proteggere in modo palese. Non poche settimane fa un dirigente della Pfizer-Biontech ha rimproverato la strategia europea sul vaccino solo perché, diversamente da quella USA o UK, l’Unione Europea ha comprato dosi anche dai suoi competitors.

Recentemente invece, sia Pfizer-Biontech che Astra Zeneca hanno deciso, in modo unilaterale e senza fornire spiegazioni alla Commissione Europea e agli stati membri della UE  di ritirare alcune quote dalla distribuzione, lasciando i cittadini scoperti della dose di richiamo. A questa decisione ha risposto seccamente il Governo italiano, dichiarando di voler intraprendere le vie legali nei loro confronti nei giorni a venire[1]. A Novembre la stessa Pfizer-Biontech era già stata oggetto di forti polemiche. Il 20 Novembre il CEO della multinazionale Albert Bourla aveva pubblicamente che il vaccino era già efficace al 90% delle sperimentazioni [2]. In seguito all’annuncio, la vendita di azioni della società è salita del 62% in borsa, per un valore complessivo di 5,6 milioni di dollari.

Il dibattito che si è sviluppato attorno ai vaccini e al potere delle multinazionali solleva questioni su i modelli di governance democratica nazionale e internazionale nell’era della globalizzazione. Il vaccino è regolato solo dalla tecnica amministrativa o è governato da logiche politiche? Inoltre, come può la distribuzione del vaccino essere sottoposta a controllo democratico?

Provando a definire il quadro concettuale entro il quale circoscrivere “il politico” e “la tecnica”, mi limiterei a dire quanto segue. Il politico è inteso come autodeterminazione collettiva del corpo sociale, la possibilità di far prevalere un interesse pubblico su quelli privati della sfera economica. Per tecnica, invece, intendo la tendenza neoliberale a spoliticizzare sempre più ambiti decisivi per la vita quotidiana delle persone e delle collettività, relegandoli a pura tecnica amministrativa, che non ha bisogno quindi di discussioni democratiche e condivise (su questo è utile leggere i lavori di Dardot e Laval sulla razionalità neoliberale). Possiamo davvero concepire in modo tecnico e spoliticizzato una questione che grava direttamente sulle nostre vite?

Tornando al nostro esempio, come possono gli Stati far valere il proprio interesse pubblico nei tavoli negoziali, garantendo a tutta la popolazione un accesso tempestivo al vaccino? Come afferma la ONG “No profit on pandemic[3]”, la gestione del vaccino non può continuare ad essere affidata solo alle policy decise dall’azienda, perché queste sono guidate dall’interesse economico delle aziende farmaceutiche e non da scelte etiche. È necessario esigere trasparenza sui costi di produzione, sui contributi pubblici dati in fase di sperimentazione e ricerca, sull’efficacia e sicurezza dei vaccini e sui contratti stipulati con le autorità pubbliche; chiedere il controllo pubblico sulle decisioni prese dalle aziende farmaceutiche, alla luce dei finanziamenti governativi che la loro ricerca ha ricevuto.

Il dibattito che si è sviluppato attorno ai vaccini e al potere delle multinazionali solleva questioni su i modelli di governance democratica nazionale e internazionale nell’era della globalizzazione. Il vaccino è regolato solo dalla tecnica amministrativa o è governato da logiche politiche? Inoltre, come può la distribuzione del vaccino essere sottoposta a controllo democratico?

Come noto qualche settimana fa la Pfizer, e qualche giorno fa anche Astra Zeneca, hanno deciso di diminuire le dosi del vaccino in modo unilaterale. Perché lo hanno fatto? Perché la Pfizer ha ritirato le dosi di vaccino? Perché per gli stati è così difficile esercitare un minimo di controllo sulle decisioni dell’industria farmaceutica?

Il rapporto tra democrazia e capitalismo al tempo della globalizzazione dei mercati e delle catene del valore, sembra non essere più un assunto  come lo si credeva un tempo. In Europa, la forma di governance è transnazionale, o meglio, come si direbbe in gergo, “multilivello”. Le decisioni sono condivise a livello comunitario, nazionale e locale, seguendo il principio di sussidiarietà (non esiste una forte gerarchia di livelli e quello superiore non può intervenire su tutto ciò che vien fatto al livello inferiore, secondo dei limiti che sono posti però dai livelli superiori, come nel caso dei ripetuti interventi europei su questioni di finanza pubblica e debito).

A questo si somma il pervasivo sistema di lobby e interessi privati che trova nelle istituzioni europee molto più spazio di quanto non lo avrebbe a livello di singoli Stati[4]. La discussione parlamentare europea non ha, come dovrebbe, il potere legislativo di un normale Parlamento. In un discorso al parlamento europeo di qualche giorno fa, Marc Botenga, eurodeputato belga della sinistra europea, ha denunciato la totale mancanza di trasparenza e democraticità in sede di discussione sui vaccini al Parlamento Europeo. Quello che ha contestato in particolare è la poca trasparenza della Commissione sui contratti negoziati con le multinazionali, di cui intere parti (a sua detta le più salienti) sono state rimosse dalla discussione parlamentare.

Dare un senso democratico alle negoziazioni sui vaccini avrebbe un chiaro valore politico. Prima di tutto passerebbe l’idea che le multinazionali non possono fare scelte unilaterali e senza alcuna ritorsione legale, se queste gravano sulla vita di milioni di persone. In secondo luogo, si affermerebbe un principio che si fa sempre più fondante per il nostro vivere democratico: il personale è politico. Uno slogan femminista che attacca frontalmente alcuni dei più comuni leit-motiv neoliberisti: i problemi si risolvono solo con sforzi individuali, non collettivi.

Se miliardi di persone nel mondo hanno bisogno del vaccino per uscire da questa tremenda crisi sanitaria, perché non farne una rivendicazione politica? Le compagnie di Big Pharma sono sì innovatrici nel mercato, ma sono anche soggette alle logiche speculative dello stesso, finanziario e non. I loro profitti aumenteranno durante questa crisi, per questo hanno tutto l’interesse a mantenere la loro posizione di monopolio, anche se questa impedirà ad altri soggetti di entrare nel mercato, non permettendo una produzione potenzialmente più vasta e capillare dei vaccini. Questo comporta un danno per i cittadini, la cui priorità è essere vaccinati nel modo più rapido e sicuro possibile, non garantire profitti alle grandi imprese.

Le teorie realiste in tema di relazioni internazionali si concentrano sugli squilibri di potere tra soggetti, mettendo in luce le conseguenze che tali scompensi possono avere sul risultato finale[5]. Detta in modo molto semplice: gli Stati più forti, politicamente ed economicamente, hanno più possibilità di far valere i propri interessi nei tavoli di negoziazione (vedere la foto per farsi un’idea della corrispondenza tra Stati in via di sviluppo e distribuzione del vaccino). Per cui, gli Stati che possono “promettere di più” alle aziende farmaceutiche, possono anche garantirsi più quote e in un lasso di tempo minore. In quest’ottica l’iniziativa sui brevetti lanciata da India e Sudafrica appare molto radicale: potendo accedere alla ricetta sul vaccino per il Covid19, i Paesi più poveri (visti i recenti problemi di distribuzione di Pfizer, siamo sicuri solo loro?) potrebbero avere la possibilità di autoprodurselo, invece di dover negoziare con le attuali monopoliste sul mercato.

Una strategia pubblica sui vaccini richiede una parziale revisione del quadro legislativo: postula infatti di rinforzare delle “clausole di eccezione brevettuale” degli accordi TRIPs. Gli accordi TRIPs (Trade Related Aspects on Intellectual Property Rights) sono il quadro legislativo di riferimento nella tutela della proprietà intellettuale. Tali clausole potrebbero essere impugnate dagli Stati in situazioni di particolare emergenza, per garantire che il bene pubblico in questione, prodotto o co-prodotto dal settore privato, possa essere garantito a tutti e tutte. Parallelamente, le organizzazioni internazionali quali il WTO, OMS e la stessa EU, stanno puntando a tavoli multilaterali per la cooperazione sul vaccino, coinvolgendo più Stati e aziende possibili. La proposta lanciata porta il nome di Covax, alla quale hanno aderito già 150 Paesi, di cui però non fanno parte USA e Russia.

I paradigmi che ispirano le due iniziative sono diversi, anche se si pongono gli stessi obiettivi. Con Covax le aziende produttrici partecipano in modo spontaneo e volontario alla distribuzione. Al momento, questo programma vanta la partecipazione di poche aziende e per lo più aventi sede  nel Nord del mondo (ad eccezione di un’azienda indiana). Accedendo invece ai brevetti, gli stati potrebbero autoprodursi il vaccino e distribuirlo autonomamente alla popolazione. Alcuni paesi, tra cui Germania, USA, Francia, Cina, Russia e India, oggi ospitano alcune delle sedi di produzione del vaccino più importanti e quindi hanno accesso alla tecnologia e agli impianti necessari per produrlo. La Germania ad esempio ha finanziato la costruzione di una sede Pfizer nei suoi confini solo [6].

La battaglia da fare è  perseguire una politica anti-trust contro le multinazionali del farmaco, indebolendo il loro potere di monopolio e garantendo prezzi accessibili per tutti[7]. Non solo, le aziende che si occupano di vaccini devono essere trasparenti nelle loro decisioni e collaborare con i governi e le istituzioni internazionali, in modo da mettere al centro il cittadino e non il profitto. Visto lo sforzo produttivo che viene richiesto dall’emergenza pandemica, è impensabile che imprese oligopoliste possano garantire a tutti e tutte e in un tempo ragionevole il vaccino. Non è accettabile che l’interesse delle grandi imprese venga prima di quello dei cittadini[8].

[1] https://www.corriere.it/cronache/21_gennaio_20/vaccino-pfizer-dosi-l-italia-contratto-l-ue-cosa-sappiamo-2e274b56-5b2a-11eb-998b-12ca609f8cfa.shtml

[2] https://www.corriere.it/economia/finanza/20_novembre_12/pfizer-ceo-bourla-ha-venduto-azioni-556-milioni-dollari-giorno-dell-annuncio-vaccino-f0177b80-24f4-11eb-9615-de24e09c8a4a.shtml

[3] https://noprofitonpandemic.eu/it/?fbclid=IwAR37cFCLtVM95DV4Tgz1Vc9PkqG5QWTk3-OITT2D883IHu3zJa9-bvTz2CI

[4] https://corporateeurope.org/en/lobbying-the-eu
[5] And reas Hasenclever, Peter Mayer, Volker Rittberger, Interests, Power, Knowledge: The Study of International Regimes,«Mershon International Studies Review», Vol. 40, No. 2 (Oct., 1996), pp. 177-228
[6] https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/12/28/covid-germania-aumentera-i-centri-di-produzione-del-vaccino_0f64b97f-92fa-4582-8b3b-5b72bf0de503.html
[7] Giusto citare in questo senso l’impegno del WTO a promuovere maggiore collaborazione tra Stati nel campo della ricerca sul Covid19, che dovrebbe portare anche allo scambio di conoscenze scientifiche in tema di vaccino Covid19. Su queste ultime iniziative comunque non ho avuto modo di approfondire, perciò rimando a un altro articolo.
[8] https://www.open.online/2021/01/06/coronavirus-ritardi-europa-vaccini/

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