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Per un populismo democratico – Versione ridotta

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1. La democrazia senza demos

Trump ha vinto perché la “sinistra” liberale ha abdicato al ruolo di garante degli interessi dei ceti medi e popolari. La sua affermazione, la Brexit e la nascita di nuove forze politiche come Podemos e Syriza segnalano come la richiesta di una nuova voce da parte degli esclusi sia ben più importante dei contenuti specifici in cui viene declinata. L’Italia non è da meno. Le classi dirigenti, rassicurate dalla mancanza di un’opposizione sociale all’altezza della crisi, pensano di poter continuare ad usare le loro posizioni di potere per difendere i propri privilegi. Ma è una pretesa sorda alla realtà. La partita è aperta: non scendere in campo vorrebbe dire lasciare il potenziale di cambiamento alle forze conservatrici e reazionarie.

2. L’insufficienza degli attori politici italiani

Gli attori politici e sociali esistenti non si sono dimostrati all’altezza della sfida. Un’ esasperata pratica trasformista ha contraddistinto l’intero corso della Seconda Repubblica e sta lasciando la propria impronta sugli albori della terza. La sinistra si è divisa in tre risposte, tutte insufficienti: una trasformista, che ha aderito alle ragioni delle élite; una residuale, che si è limitata a presidiare le conquiste del passato; e una impolitica, tipica della sinistra radicale, che non ha saputo aggregare nuove domande attorno ad un disegno egemonico. Lo spazio di opposizione sociale e politica è stato così occupato in Italia dal Movimento 5 Stelle, che ha però dimostrato un’incapacità di andare oltre una pura critica morale della classe politica e una impossibile soluzione ‘tecnica’ a problemi di carattere politico. Per impedire che la crisi della Seconda Repubblica si risolva in maniera conservatrice o reazionaria, e’ necessario un progetto imperniato sul populismo democratico.

3. La creazione del popolo

Tramontata l’idea di classe come dato di natura, ci troviamo in un panorama nel quale ad essere insufficienti sono le stesse categorie descrittive. La classe operaia non esiste più, ma continuano a esistere i lavoratori di fabbrica, mentre la nozione di ceto medio è stata svuotata di qualsiasi significato dalla crisi economica e sociale. All’apice della piramide sociale vanno situandosi fasce sempre più ristrette e potenti, mentre l’insicurezza e l’indebitamento, sono diventati gli elementi unificanti e trasversali delle identità di lavoro ed delle differenze di status. Si tratta di riaggregare questo mondo frammentato ed istanze di tipo diverso – ambiente, lavoro, tasse, lotta alla burocrazia e ai privilegi, diritti civili e sociali – attorno a una piattaforma comune.

4. La scelta populista

Qualsiasi percorso politico che abbia ambizioni egemoniche non può che partire da istanze di natura diversa e nella consapevolezza che oggigiorno il disagio sociale si esprime perlopiù attraverso forme, simboli ed organizzazioni estranee alla sinistra. La costruzione di un nuovo soggetto potrà procedere solo negativamente, cioè attraverso la costituzione di frontiere politiche che strutturino in maniera inequivocabile le relazioni tra diversi agenti sociali e semplifichino lo spazio politico. Chiamiamo questo tipo di creazione politica populismo. Al contrario dell’uso convenzionale quindi, per noi il populismo non è sinonimo di demagogia o autoritarismo. Il populismo non è né una patologia politica né un’ideologia, ma è piuttosto una logica costitutiva della politica attraverso la quale diversi progetti competono per egemonizzare il campo sociale.

5. Simbolo e leadership

Il ruolo di aggregatore di istanze diverse può essere svolto da una domanda unificante o da una persona unificante, il leader. In Italia la questione morale svolge ormai da qualche decennio il ruolo di orizzonte salvifico, che diverse forze politiche, per ultimo il movimento 5 stelle, hanno cercato di cavalcare. È necessario rivendicare e radicalizzare la questione morale, mostrando che non riguarda solo la corruzione della classe politica, ma pure le colpe di banchieri, capitani d’industria e costruttori d’assalto che immiseriscono le popolazioni e delocalizzano posti di lavoro. Rispetto al ruolo del leader, la leadership personale non deve essere vista come un fenomeno necessariamente narcisistico o dispotico. Nella misura in cui condivide tratti con coloro che lo seguono l’incontro avverrà a metà strada, rendendolo un primo fra pari capace di tenere insieme domande eterogenee. Un Cesare democratico potrebbe ripoliticizzare tutti i diversi tipi di oppressione di cui soffrono i subalterni e che le oligarchie vogliono spacciare per naturali.

6. La nazione come livello di intervento

Crediamo  che il mantra secondo cui gli stati-nazione sono stati interamente fagocitati dai mercati non sia accurato. Lo Stato detiene ancora una serie di strumenti fondamentali che, se attivati intelligentemente, possono incidere in maniera sostanziale sulla realtà socio-economica. Non è una questione di cedere a tentazioni sciovinistiche o rossobrune. Siamo semplicemente persuasi che l’Unione Europea sia un progetto oligarchico troppo sedimentato per poter essere “democratizzato” attraverso un movimento di opinione che manca di un vero e proprio luogo politico in cui poter farsi valere. L’Europa rimane un riferimento privilegiato, ma è un piano che va ricostruito su linee diverse da quelle attuali, sostituendo L’Europa del libero mercato con un’ Europa dei popoli e della solidarietà.

7. Le organizzazioni popolari

Quello di cui abbiamo bisogno oggi è un più articolato movimento, all’interno del quale le diverse organizzazioni di espressione popolare possano coordinare la loro azione. Il movimento deve porsi prima di tutto l’obiettivo di far affiorare tutte quelle domande e quei conflitti irrisolti che rimangono silenti. Rendere, insomma, palpabile l’ingiustizia a strati sempre più ampi della società. Dal borgo alla grande metropoli, i piccoli troni di cui è cosparsa la società devono ricominciare a tremare. La scommessa è quella di rivolgersi ad una maggioranza sociale, anziché alle minoranze politiche. Non i “delusi dal Pd”, ma gli sfrattati. Non i reduci della sinistra radicale, ma chi ha perso il lavoro. Non gli eredi del movimento no global, ma i giovani che vedono sparire ogni orizzonte di realizzazione professionale.

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