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Paese | Politica

Toscana: l’apocalisse del lavoro

26 Giugno 2020

Il recente Rapporto dell’Ires Cgil Toscana sugli scenari regionali sintetizza la profondità della faglia che si è aperta con una terminologia biblica: non è affatto una suggestiva esagerazione. La Toscana mostrava già nella fase preCovid un rallentamento della crescita che non le avrebbe permesso di recuperare la crisi del 2008: il Pil mostrava un -4% dal valore del 2007 e gli investimenti registravano un differenziale negativo del 19.3%. Negli anni dal 2014 al 2019 la nostra Regione era cresciuta lo 0,2% meno rispetto alla media del Centro – Nord.

La Toscana verrà  colpita dagli effetti dell’attuale crisi in maniera addirittura maggiore della media nazionale, stante un modello che si reggeva su export, turismo, commercio e rendita immobiliare. Per il 2020 le previsioni sul Pil oscillano tra il -8,4% e il -12%, superiore alle previsioni del dato nazionale, con una riduzione procapite che potrà oscillare tra il -2.400 e il -3.400 euro, i consumi delle famiglie potranno subire un calo del -5,3% e gli investimenti fissi lordi crollare del -12%. Per la tipologia della nostra struttura produttiva ed occupazionale il 45% dei lavoratori sarà colpito sul piano occupazionale e/o reddituale, con un 4% superiore alla media nazionale: parliamo di 763.000 persone. L’impatto previsto sull’occupazione con un Pil regionale a -8% prevede un -5,2%, con un Pil a -11,6% addirittura un -7,5%. Oltre ad un crollo degli occupati nei settori dell’alloggio, ristorazione e commercio in questo scenario la manifattura (escluso l’alimentare) crolla del -12,4%. La variazione tendenziale della produzione industriale della Toscana vede un -12,8%, peggior risultato ad eccezione delle Marche, derivante dal crollo delle esportazioni e da un tessuto produttivo basato su piccole imprese. Le nostre esportazioni manifatturiere sono in misura significativa derivanti da siti produttivi di grandi multinazionali straniere, che in un processo di riaccorciamento delle filiere già in atto e accelerato dalla pandemia aumentano la fragilità e vulnerabilità del nostro sistema industriale.

A fronte di mancati interventi il dato sulla disoccupazione è devastante: si oscilla tra un -70.000 unità di lavoro a -100.000 unità di lavoro (ed essendo una unità di lavoro un tempo pieno come orario per l’intero anno, il numero di persone in carne ed ossa che potrebbero perdere la propria occupazione potrebbe moltiplicarsi come minimo per 2), che andrebbe a sommarsi con i disoccupati preesistenti. La Toscana non si salva senza adeguate politiche nazionali ed europee, ma le scelte che le classi dirigenti della Toscana faranno saranno decisive per il nostro futuro. Occorre prevedere un sostegno al reddito robusto e continuativo per le migliaia di disoccupati che avremo all’esaurimento del blocco dei licenziamenti ed all’esaurimento delle varie tipologie di cassa integrazione.

Occorre sperimentare significative riduzioni dell’orario a parità di salario anche a livello regionale, provando ad utilizzare la leva e le risorse della formazione durante la vita lavorativa.

La questione sociale ed economica è il tema decisivo della prossima scadenza elettorale, ed i candidati e gli schieramenti che si propongono di non consegnare la Toscana alla Lega di Salvini ed ai Fratelli d’Italia della Meloni debbono dire con chiarezza quali scelte vorranno compiere. Intendono mantenere e rinnovare una presenza manifatturiera di qualità non legata esclusivamente all’export, indipendente dalle multinazionali, superando il nanismo delle imprese che impedisce gli investimenti privati, orientandosi su produzioni legate al mercato interno? Non si fa lotta alla rendita immobiliare senza una robusta presenza industriale. Non si da presenza manifatturiera senza porsi il problema dell’energia, che spesso le aziende toscane pagano più di altre. Vogliamo costruire una presenza pubblica robusta nel campo della geotermia, della distribuzione di gas ed elettricità costituendo una una realtà che veda Regione e Comuni riacquisire il controllo e la maggioranza della proprietà in tali ambiti recuperando risorse dall’aumento delle entrate su quanto Enel Geen Power paga per lo sfruttamento della risorsa?

Potrebbero risultare una leva decisiva per lo sviluppo la decarbonizzazione, il risparmio e la riqualificazione energetica nonché la valorizzazione della risorsa geotermica. Sarebbe importante che il Governo prevedesse risorse o coperture bancarie affinché i processi di ripubblicizzazione o di maggior ruolo del pubblico in questi ambiti strategici potessero agevolmente potersi svolgere. Sarebbe interessante ipotizzare uno sviluppo della gestione della risorsa geotermica che facendo leva sul Cosvip (attuale realtà di gestione da parte dei soggetti pubblici) potesse svilupparsi in una Agenzia che abbia come propria vocazione lo sviluppo delle rinnovabili e la riqualificazione energetica, partendo dagli edifici pubblici e dai 50.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica. Agenzia che potrebbe intrecciarsi col tema del gas e dell’elettricità, utilizzando le risorse europee messe a disposizione per lo sviluppo verde e i proventi della concessione geotermica. 

Vogliamo dotarci degli strumenti finanziari a supporto di un sistema che veda Regioni e Comuni assumere il ruolo territoriale dello “Stato Imprenditore” ristrutturando FidiToscana, estromettendo banche da un sistema che non ha più la testa nel nostro territorio? Perché se questo è il punto vero dello scontro europeo e nazionale, qual è il ruolo che possono e debbono svolgere le Autonomie locali? Ricordiamo che dentro la proprietà della casa automobilistica tedesca ci sono i Land. E a proposito di infrastrutture come strade ed autostrade, non sarebbe utile e positiva una realtà regionale che tenga assieme le strade ex provinciali, la FiPILi senza aumento di pedaggio e l’autostrada Firenze – Mare, togliendo la concessione alla famiglia Benetton? Raggruppando – magari – le varie partecipazioni di Regione e Comuni in modo da orientare le scelte e non solo subire decisioni non legate ad uno sviluppo sostenibile e soddisfacente? Se la memoria non falla porti aereoporti ed interporti hanno e/o avevano tali presenze. Basta insomma con la litania del pubblico che si ritira liberando il campo dai lacci e laccioli per attirare le mitologiche imprese ed investitori privati, cosa che ha troppo spesso significato un gran dispendio di risorse pubbliche senza alcun ritorno in qualità occupazionale né tanto meno ambientale.

Il tema dei servizi pubblici locali  è questione centrale nelle politiche regionali. E’ da valutare positivamente la scelta di ripubblicizzazione del servizio idrico integrato condivisa dalla Regione Toscana e dalla grande maggioranza dei Comuni, che nelle assemblee di Ambito hanno votato delibere impegnative sul tema, così come è segno di grande coerenza quanto deciso dai Comuni interessati al perimetro di Publiacqua di disdire i patti parasociali con Acea (il socio privato) in modo da poter lavorare da subito e coerentemente per la ripubblicizzazione.

La riteniamo una vittoria di quanti si erano espressi nel referendum per l’acqua pubblica. Una scelta importante perché i servizi pubblici locali sono sia beni comuni che strumento di intervento anticiclico, che devono assolutamente rimanere entro il perimetro del nostro territorio.

La legge approvata e rivista positivamente dalla Regione Toscana, integralmente ripresa ed ampliata dal Patto per lo sviluppo, sull’economia circolare segna in maniera chiara e netta le scelte sul ciclo integrato dei rifiuti. Discariche tendenzialmente a zero, termovalorizzatori residuali, priorità al recupero di materia. Impiantistica intermedia e modalità di raccolta differenziata funzionali al tasso di riciclo, ovvero quanta materia prima seconda rispetto al volume dei rifiuti. Restano aperti tre temi: a quale livello si chiudono i cicli (regionale oppure rispetto agli attuali tre ambiti), il modello di gestione (ATO e modalità di gestione con aziende miste o interamente pubbliche) e i rifiuti industriali. Sebbene i rifiuti speciali e/o industriali non rientrino “per legge” nel perimetro di gestione pubblica, vista la delicatezza ambientale e di legalità di gestione degli stessi, nonché della loro assoluta centralità nell’economia circolare e sviluppo sostenibile, una loro gestione fortemente connotata dalla sfera pubblica risulta decisiva per gli scenari di sviluppo regionale.

La pandemia da covid19 ha mostrato tutte le fragilità e debolezze su un modello di sviluppo regionale basate su esportazioni, turismo e rendita immobiliare. La questione abitativa si è fatta e si farà ancor più drammatica. Ancora insufficienti le risorse messe a disposizione del Governo in tema di sostegno agli affitti, a fronte del rischio di decine di migliaia di ulteriori disoccupati. Esplosiva la situazione degli stessi studenti fuori sede, con rischi concreti di ulteriore dispersione scolastica. Occorre rilanciare, con risorse nazionali ma anche regionali, l’edilizia residenziale pubblica, tornando ad interrogarci sulle nostre città d’arte, ormai svuotate per chi vive del proprio lavoro e trasformate in vetrine per turisti e studenti ricchi. Occorre aumentare e riqualificare il patrimonio abitativo pubblico della Toscana, che già prima della pandemia aveva più di 25.000 nuclei familiari riconosciuti aventi diritto della casa popolare. Un Paese ed una Regione che vogliano esser chiamati democratici debbono rispondere ai bisogni primari come lavoro, sanità, scuola ed un tetto sulla testa. Investire riqualificando e acquisendo anche parte del patrimonio immobiliare pubblico è una scelta non rimandabile, assieme al ridisegno delle nostre città, a misura di chi lavora e studia, socialmente ed ambientalmente sostenibili, capaci di contrastare la polarizzazione sociale e territoriale che la crisi corre il rischio di amplificare.

Che la politica sia all’altezza di quello che ci aspetta.

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